Isolato da tutti perchè ho denunciato i miei estorsori. Miceli racconta la Gela anni ’90.

Decidere di denunciare mi ha portato inesorabilmente verso la solitudine, fino a quando ero vittima e subivo gli incendi la città mi aiutava, ma quando sono diventato un denunciatore la città mi ha voltato le spalle,anche chi mi aveva detto di volermi bene.

Questo quanto sottolineato da Nino Miceli, che fu costretto a lasciare Gela quando decise di denunciare i suoi aguzzini. Miceli ha raccontato la sua esperienza nella Gela anni ’90 al giornalista e direttore di Tg10 Giuseppe D’Onchia nello special 10 domande 10.

Intervistato in una località segreta del nord Italia, Miceli ha ricordato quegli anni in cui in tanti “avevano deciso di restare genoflessi reprimendo la propria libertà”. Lui era titolare di una concessionaria di automobili sita in via Venezia, e a Gela era arrivato negli anni ’70 . Da impiegato della concessionaria, divenne prima socio e poi proprietario.

“Negli anni ’80 nulla mi faceva presagire che qualcuno sarebbe venuto a stravolgere il mio lavoro”. Ha detto Miceli che grazie al suo lavoro aveva raggiunto una prestigiosa posizione economica.

Tutto era tranquillo nella sua vita fino a quando la mafia bussò alla sua porta e cominciò a pretendere 500 euro al mese, pagati da maggio del ’90 fino a dicembre, mese in cui la richiesta era diventata 10 milioni.

“Non era sufficiente pagare alla mafia, anche la stidda pretendeva i soldi”. Circa ventimilioni di lire versati a coloro che si presentavano puntualmente nella sua attività. Fino a quando Miceli non decise di portare le registrazioni dei suoi pagamenti alla Forze dell’ordine.

Miceli ha raccontato del libro mastro con i cinquanta nomi di commercianti taglieggiati.

Tutti pagavano e nessuno parlava. Se tutti avessimo denunciato nessuno sarebbe stato ucciso, “non si poteva uccidere tutti”

Quelli erano anni di piombo a Gela, dove il dilemma era ” pagare e continuare a lavorare, o non pagare e farti ammazzare, o inondare l’azienda o farti chiedere cose che tu non avresti voluto fare “

Dei suoi pagamenti forzati Miceli non ne parlò nè alla famiglia, nè agli amici, nè ai lavoratori nè ai suoi colleghi commercianti.

Due gli incendi che l’ex commerciante ha dovuto subire per mano della mafia. Dopo la denuncia è arrivata la scorta. L’uccisione di Gaetano Giordano è stata solo una alternativa alla sua.
“Avremmo voluto uccidere Miceli, avevamo preparato il fosso, ma era scortato. Giordano non aveva scorta”. Queste le parole di un pentito.
Anche Gaetano Giordano aveva denunciato i suoi estorsori, sull’esempio di Miceli, ma non era stato scortato, ed era in compagnia del figlio quando è stato raggiunto da cinque proiettili
“Forse Gaetano Giordano non ha pagato per la denuncia ma per ciò che era successo prima. Giordano si era recato dai carabinieri, era andato in tribunale a testimoniare due anni prima, ma venne ucciso quell’11 novembre dopo appena tre mesi dalla retata di agosto al Bronx che portò a 49 novi arresti. Un duro colpo alla mafia.
“Gli arrestati pensano di dover dare una risposta allo stato, quell’uccisione poteva servire a far cambiare a me idea” . Ha detto Miceli.

Poi arrivò l’allontamento da Gela.
“Il comandante Mario Mettifogo mi aveva detto di comperare una macchina blindata, di portare la mia famiglia fuori e di lasciare Gela. Un morto a settimana a Gela era il minimo. Non vi erano vie diverse . Ma se avessi avuto la possibilità di continuare sarei rimasto. Ma ormai la mia attività era economocamente a pezzi”.

“Lasciare Gela mi ha procurato una tristezza infinita. Gli amici gli affetti, le storie lasciate in sospeso senza sapere come si sarebbero concluse”.
Anche il tentativo di far nascere in quel periodo le associazioni antimafia era fallimentare.
“A Gela vi era una aria irrespirabile, 250 morti di cui 8 in una sala giochi. Era tecnicamente impossibile creare una associazione, sarebbe stata inquinata anche essa”.

“Se Gela oggi è quella che è deve dire grazie alle mie denuncie, il sangue di Giordano e al comandante dei carabinieri Mario Mettifogo e al colonnello Pinotti che aveva capito che lo stato aveva perso il controllo del territorio”.

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