“13 reason why”: tra suicidio e bullismo. La nuova serie Netflix che fa riflettere.

Hannah Baker  ha scelto di togliersi la vita, tagliandosi le vene ai polsi e lasciandosi morire in una vasca da bagno, a diciassette anni. Nessun biglietto. Ha registrato tredici audiocassette le ha infilate in una scatola da scarpe e le ha consegnate alla prima persona della sua “lista”.

La stessa persona le ha ascoltate, ha compreso di essere una delle ragioni per cui Hannah si è suicidata e ne ha rispettato i voleri, recapitando il pacco al protagonista della seconda cassetta. E così via fino all’undicesima. Il meccanismo qui non scorre veloce, le audiocassette arrivano a Clay Jensen (innamorato di Hannah Baker da sempre).

È questo l’antefatto di “13 reason why”. La serie tv è tratta dall’omonimo romanzo di Jay Asher, pubblicato nel 2008. Prodotta da Selena Gomez, ha avuto il suo debutto dieci giorni fa su Netflix e in solo dieci giorni è diventata la serie più vista del network. Perché?

La storia tocca argomenti quali il suicidio, lo stupro, il bullismo, l’isolamento, la depressione. La struttura è quella classica del teen drama, quindi triangoli amorosi, balli scolastici, partite di basket in perfetto stile americano, pettegolezzi.

Hannah attraverso le audiocassette ci racconta un mondo che è il suo e di quelli che le gravitano attorno, lo fa con un sistema che i ragazzi potrebbero definire obsoleto ma ci sono anche i social network e la potenza che questi hanno nelle vite degli adolescenti.

Gli stessi adolescenti che sbatteranno la fronte contro la morte, qui però non si tratta di un incidente, il suicidio è un caso a sé  soprattutto perché la protagonista non ha consolato nessuno lasciando biglietti ,al contrario,  ha lasciato un elenco-audio di motivi e persone che l’hanno spinta a compiere il gesto.

Hannah conosce il momento esatto dell’inizio della fine, sa quando si è arresa. È una vittima ma è anche la prima imputata, senza autoindulgenza.  L’ascolto di Clay, lento e doloroso sembra una sorta di presa di coscienza collettiva, riesce bene a raccontare la vita di questi adolescenti pur avvalendosi di molti clichè qua e là reiterati.

Tredici però si dimostra coerente dall’inizio alla fine, non concede spazi comici solo per far breccia al cuore del grande pubblico, è una serie coesa sui propri temi, sul malessere, sulla solitudine e mette in scena senza grandi giri di parole l’egoismo più o meno consapevole dell’adolescenza, egoismo che riesce a sfociare nell’indifferenza e nella crudeltà. È un’opera sincera e credo che questo sia il suo punto forte.

Non è stato confermato un sequel nonostante il successo avuto. La prima e spero ultima stagione ha un finale meraviglioso e il suo essere autoconclusiva ne fa una delle serie più uniche che rare.

Dall’uscita di questa serie si è parlato tanto di “bro culture” e “slut-shaming” e il fatto che tutto ciò sia difficile da tradurre non significa che gli adolescenti italiani ne siano immuni. Il cyberbullismo esiste e va combattuto.

A farci una figura barbina in questa serie sono gli adulti, tutti concentrati su se stessi e drammaticamente incapaci di capire cosa accade ai propri figli. Tredici nonostante le domande che pone e riesce a far porre non dà soluzioni  ma di certo stimola la discussione intorno a questi temi più che mai attuali. È stata lanciata da un paio di giorni anche una petizione per far vedere “Tredici” nelle scuole, tanto è l’impatto che ha avuto su docenti e discenti. Ha smosso, perché è un dramma vero, duro e brutale.

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