I pomodori secchi: tradizione alla luce del sole.

 

 

La Sicilia è terra di sole, di mare e di roba buona da mangiare. Tante sono le tradizioni culinarie e non che sull’isola si tramandano di generazione in generazione.

Tra le tante c’è in Sicilia una tradizione che non smette di essere tramandata: quella dei pomodori stesi al sole.

La preparazione è un rito a cui, sin da piccoli, i siciliani  sono stati abituati. Ne hanno imparato passaggi e pose, come in una preghiera.

È vivo in me il ricordo delle mie nonne e le mie zie che sceglievano con cura i giorni in cui la posa doveva avvenire. Tutti riuniti a casa della nonna si dava il via al lavaggio di chili e chili di pomodori e pomodorini, tutti insieme, anche i più piccoli.

Era una festa in cui gli odori e i sapori si mischiavano e sapevano di buono, di genuino, di casa, di Sicilia.

Avvolti da un miracoloso abbraccio i pomodori stavano lì distesi alla luce del sole, potevamo guardarli essiccare lentamente, affascinati. Qualche volta, senza che ci fosse nessuno nei paraggi, senza esser visti,  ne sfilavamo qualcuno da sotto le lenzuola e correvamo al sicuro per assaggiarne uno o dieci o mille.

Senza esser visti come le cose belle, come gli amori segreti.

Arrivata la sera un passaparola tra il vicinato invitava a rientrare le tavole. Stava per “calare” l’umidità. Tutti si affrettavano a correre e gli uomini aiutavano a raccogliere i pomodori stesi al sole, troppo pesanti per polsi di donne.

C’era nell’aria quell’odore che è delle serate estive quando il mare va a dormire e il cielo si fa terso. E c’erano in quei giorni momenti di perpetuo teatro di pose, di melodramma, di tragedia.

Noi bambini ci perdevamo in giochi sorridenti e le guardavamo, da lontano, queste donne. Tutte intente a rendere grazie alle mani e a chi gliele aveva donate per quella fortuna.

Si preparavano per l’inverno con le conserve e non curanti dei  soliti 40 gradi all’ombra, lavavano bottiglie  di vetro che per un anno avevano conservato e poi le bollivano dentro pesanti pentole di rame.

Il fuoco lo accendevano da sole e se di quei pomodori dovevano fare “astrattu” mescolavano fino allo svenimento.  Nessun cambio. Chi deteneva lo scettro non era disposto a perderlo.

Come principesse agresti se ne stavano lì e parlavano di cose di “femmine”, si lanciavano in battute allegre e altre sottili e pungenti.

Delle volte mi fermavo a guardarle come incantata, come davanti ad un quadro. Quando si accorgevano di me mi invitavano a guardare per imparare. Era guardarsi allo specchio e vedere le mie mani diventare subito grandi.

Potevo sentire la magia. Attraversavo le loro parole come in un viaggio, erano parole sapienti di nonne e madri che raccontavano già allora di una Sicilia perduta, sempre uguale a sé stessa ma di sfolgorante bellezza.

Non avevo bisogno di guardare il mare, né i monti, bastava guardare loro per imparare tutto ciò che la Sicilia ha da offrire.

La tradizione continua ma non è viva come quando io ero bambina.

Ogni volta  però che apro un barattolo di conserva di pomodoro e ne sento il sapore posso sentire il Sole, l’aria e il mare in un miracolo di ancestrale memoria che mi fa sussultare.

Articoli correlati