A piedi scalzi

Alle due meno venti il primo boato, Maria è tornata. Le stanno dietro madri preoccupate per la sorte dei propri figli, padri che hanno perso il lavoro, ragazzi dagli sguardi miti e un po perduti che sembrano non sapere il perché sono lì a volgere il loro sguardo a un simulacro di speranza. Hanno camminato tutto il giorno, sotto il sole cocente di un Luglio che si è fatto attendere, l`hanno salutata sventolando mani e braccia e lembi di lenzuola all`odor di lavanda. Tutti, si sono fatti imperlare la fronte di sudore per accompagnarla. C`erano quelli a cui ha concesso a ringraziarla, quelli che chiedevano urlando in silenzio per un cancro, per un lavoro sperato e mai trovato, per la serenità familiare, per quella mentale. C,`erano anche quelli per cui farsi presenza diventa necessario strumento di visibilità, per mostrare che il legame con il sacro è d`obbligo, soprattutto a certe altezze. C`erano le madri a presentare i loro bimbi, le urla di scarsa comprensione hanno svegliato animi intorpiditi dal troppo sole. C`erano, tra tutti, gli scalzi. Quelli che dalla disperazione non si sono fatti piegare, che dal dolore sperano di elevarsi catarticamente il più in alto possibile per toccare l`iperuranio e forse contemplare il volto della loro personale divinità e chiederle un perché troppo greve da pronunciare. A piedi scalzi e il cuore in gola hanno pregato e pregheranno per la soluzione del proprio male.

Gela che pretende l`abbraccio di Maria perché oggi più che mai ha bisogno di essere guardata e consolata, lei che troppo spesso è stata violata e abbandonata. Gela è lì, è a piedi scalzi, si guarda bene dal dare spettacolo, è silente. Tiene la testa bassa, non per vergogna ma per rispetto. Attende, Gela. Attende uno sguardo, un sollievo, un aiuto, parole di conforto, animi attivi, bocche che sappiano difenderla. Gela, spera. E qui, anche chi odia prega.