Accordo Eni, finora solo esodo lavoratori. Sindacati chiedono confronto con sedi ministeriali

In data odierna si sono riunite le segreterie generali di Filctem-Femca-Uiltec, unitariamente al Consiglio della RSU delle società dell’Eni, per una disamina complessiva della vertenza in atto, in merito all’attuazione del Protocollo siglato al Ministero il 6 novembre 2014.

Dagli interventi è emerso che sui cantieri, che dovevano avere apertura immediatamente dopo l’incontro alla Regione del 28 aprile 2015, si registrano ritardi e mancati avvii, così come si rilevano ritardi in merito alle bonifiche ambientali.

A tale situazione contingente si affianca un blando modo di procedere in merito al polo green e alla green refinery in particolare. Pur essendo in corso le fasi di ingegnerizzazione di processo e di dettaglio non si può non rilevare uno scarso interesse nell’attivare le condizioni al contorno per una vera realizzazione di un polo di produzione bio connesso con un hub a valenza logistica. Questi temi richiedono un ruolo attrattivo e possibilmente anticipativo che l’Eni avrebbe fatto capire di intraprendere alla firma dell’accordo. Invece l’attrattività del sito, in termini di utilities a basso costo, nonché energia autoprodotta, sono stati limitati al massimo, rendendo la potenziale imprenditoria insediabile (vedi Mossi&Ghisolfi e la conversione chimica del guayule, etc.) scarsamente attratta dal sito gelese. Tali fattori, ridotti a pura tematica di risparmio energetico, anziché elementi di rilancio ed attrattiva, rivelano una volontà dell’Eni più rivolta alle compensazioni invece che alla reindustrializzazione.

A conferma di tale atteggiamento, sia le iniziative di un polo formativo, tramite ECU, e di un polo in area sicurezza, tramite SCC, rivelano una modalità finalizzata ad una remotizzazione di operatività marginali (nel caso della formazione) e ad un reclutamento di maestranze (nel caso di SCC) senza che ci sia un reale decentramento di autonomia decisoria dirigenziale che renda tali realtà innestate nel territorio gelese come società ivi operanti. Sembra piuttosto che tali iniziative siano approcci remoti della sede di San Donato Milanese a cui tali società fanno totale riferimento gestionale e industriale.

In sintesi si rivendica un ruolo di Eni attivo, propositivo e di alto livello e non semplicemente compensativo di una realtà che ha dato risorse e opportunità e che può continuare a fornirle.

Ad oggi tutti gli investimenti in area upstrem promessi e concordati, poco o nulla si è visto, infatti, di tutte le perforazioni preventivate, finalizzate alla esplorazione e coltivazione di nuovi giacimenti, che nella carta avrebbero dovuto garantire uno stabile equilibrio economico finanziario rispetto all’aumento di personale, risultano non intrapresi e soggetti a forti vincoli autorizzativi. 

Allo stato attuale possiamo solo registrare un avanzato stato di esodazione di personale dalla raffineria e l’utilizzo del greggio Gela verso altri siti extraregionali. Veri e efficaci obiettivi che Eni ha perseguito con convinzione. Pertanto serve fare chiarezza in merito ai punti della vertenza Eni sul territorio. Bene ha fatto la Segreteria Nazionale di categoria,, su sollecitazione del territorio, a richiedere un incontro di verifica che affronti e superi i ritardi e i malintesi in essere.

Ad aggravare la situazione si aggiunge la mancata attuazione delle agevolazioni inerenti il decreto dell’area di crisi complessa, che doveva creare i presupposti di sviluppo di tutta l’area industriale (diretto ed indotto) e non soltanto tutela sociale.

Le segreterie territoriali, unitamente alle RSU del gruppo Eni, si impegnano ad intraprendere tutti i percorsi utili e necessari per una ripresa rapida del confronto a tutti i livelli in sede ministeriale.

In assenza di riscontri concreti ed in presenza di azioni unilaterali verranno prese in considerazione forme di mobilitazione dei lavoratori e di lotta adeguate alla gravità della crisi.