Amare il prossimo nell’era del Superuomo

“Voi vi affollate attorno al prossimo e avete belle parole per questo vostro affollarvi. Ma io vi dico: il vostro amore del prossimo è cattivo amore per voi stessi”.

Questa è la sentenza di Friedrich Nietzsche in “Così parlò Zarathustra” sull’amore per il prossimo. Padre della dottrina della morte di Dio, intesa come l’eliminazione delle “false metafisiche” e delle “false religioni” (inventate, secondo il filosofo tedesco, dall’uomo per l’uomo stesso per dare una speranza di felicità alla vita), egli intende l’amore per il prossimo come una farsa, un dare per compiacere, un dimenticarsi del sé. Sin dalla nascita abbiamo sempre visto gli altri prima di noi e, solo grazie a questa visione del “tu”, abbiamo creato il nostro “io”.

“Chi va dal prossimo, perché cerca se stesso, e chi, perché vorrebbe perdersi. Il nostro cattivo amore di voi stessi vi trasforma la solitudine in un carcere.”

C’è, appunto, chi spera di rispecchiarsi nel “tu”, sperando di trovare se stesso, ma ciò potrebbe significare omologazione, perché ognuno in effetti cerca nell’altro un simile, ma in particolare cerca . E c’è chi, invece, cerca nell’altro la sua morte, come se volesse essere invaso dal tu, in modo da annullare il suo grido interno, ma non tanto dell’io in quanto tale, ma di all’odio per se stessi.

“Del tuo amico devi amare il Superuomo come causa di te”

L’unica forma di “amore” accettata dal filosofo è l’amore per il superuomo altrui, inteso come la causa del nostro presente. Il futuro è il Superuomo. Ma egli chi è in realtà?

Il Superuomo è colui che va oltre l’uomo stesso: ha accettato la morte di Dio e lo “scossone” che quest’ultima ha causato e ha riformulato se stesso. Caratteristiche del Superuomo sono: la libertà di spirito, la sua volontà di potenza (intesa come un processo di continua autogenerazione creativa), l’accettazione della dimensione edonistica della vita (intendere dunque il piacere come fine ultima della vita).

Ma esistono veramente dei Superuomini? Nietzsche stesso lo era?

Il Superuomo è solamente un’utopia. Con la dottrina dell’eterno ritorno, secondo la quale bisogna vivere ogni momento come se esso ritornasse, come un qualcosa di memorabile, come se stessimo scrivendo la nostra vita su un libro di storia, il filosofo si contraddice: non ci potrà mai essere il passaggio a quel fatidico oltre, proprio perché ciò che è stato ritornerà in eterno.

Una dottrina del genere distrugge l’uomo, Nietzsche aveva torto: in una società capitalistica come la nostra, dove siamo tutti oggetti da comprare o vendere, amare il prossimo è l’unico modo per ritornare ad essere umani.

Nei Vangeli è Gesù ad esortarci:Amerai il prossimo tuo come te stesso.” (Mt: 22, 39). Questo è il comandamento più grande lasciatoci. Doniamoci totalmente agli altri, non come un “do ut des” (dare per ricevere), ma come un donare e basta, senza aspettarci nulla in cambio: solo così saremo uomini migliori.

“Amare gli altri è una pesante croce” affermava Boris Pasternak nel suo Dottor Zivago, ma il segreto del fascino dell’amore equivale al grande enigma della vita. Non serve intasarsi di parole inutili, di discorsi sull’amicizia e sull’amore, di quell’immondezza verbale di cui parlava lo scrittore russo. L’amore si dimostra, non si dice: chi utilizza troppi fronzoli cela dietro di essi l’incapacità di amare.

“Dicono che capendo noi stessi, capiremo meglio gli altri, ma io vi dico, amando gli altri impareremo ad amare qualcosa in più su noi stessi.”

Khalil Gibran ci esorta a scoprire noi stessi tramite gli altri, perché da soli non si arriva da nessuna parte. Un uomo che non ama l’altro, non amerà nemmeno se stesso, poiché non rispetta la sua natura di uomo (dotato, dunque, di umanità). L’uomo deve mirare ad essere benevolo, caritatevole, aperto a tutti. Non deve mai dire di no, non deve annientare l’altro. E deve essere pronto a tendere la mano e “offrire l’altra guancia”. Chi non perdona è solo un vile.

Amiamo, amiamoci. Solo così riusciremo a vincere il Superuomo.

Articolo di Alessandro Giudice

Alessandro giudice