Arthur Schnitzler – Morire: una mutazione interiore

“Morire” (Sterben), novella di esordio pubblicata nel 1895, è la storia dell’agonia e morte di un giovane tisico, una storia desolata spoglia di ogni motivo sentimentale.
Il giovane Felix, non ha genitori, non ha parenti né amici e nemmeno forti legami sociali e neppure una posizione ben definita, vicino a lui non c’è che la sua amante, una ragazza “come ce ne sono tante”. La tragedia è interiore e si svolge tutta nell’anima del morituro, all’inizio tanto buono e altruista da voler staccare da sé la sua amante (Maria) e abbastanza orgoglioso da voler dignitosamente morire, ma l’agonia progressiva scatena gli egoismi, sprigiona i terrori, distrugge la generosità.
Davanti alla morte senza conforto di fede religiosa, o di pensiero filosofico, la bestia umana rivela tutta la sua miseria e la sua debolezza. Qua e là qualche guizzo della vecchia bontà, qualche barlume di luce, qualche momento sereno, ma presto l’ombra si rifà più cupa e più desolato il calvario.
Opera impressionante per la sua oggettività fredda, per il suo distacco, per il tono di voluta insensibilità davanti all’umana miseria.
Lo scrittore in “Morire” descrive gli ultimi mesi di vita di un malato terminale, lo stesso titolo, un verbo all’infinito, esprime non la morte, astratta e universale, ma il morire, un processo individuale.
I temi: la paura dell’uomo di fronte alla morte, la fuga e l’ambivalenza dell’amore, descrive la sgradevolezza fisica del morente e soprattutto si concentra sulle graduali trasformazioni psicologiche e affettive di chi muore e di chi è a questo vicino.
La fuga, tema ricorrente nell’opera di Schnitzler, come ricerca estenuante di un posto per sfuggire la morte, come se spostarsi da un luogo all’altro potesse sviare fato.
Il verdetto, a Felix, provocherà ambivalenza disperata nei confronti di ciò che è destinato a sopravvivergli, di fronte alla paura di morire da solo c’è l’iniziale impulso generoso di risparmiare la sua amata, di liberarla dalla sua presenza, ma presto si trasformerà nell’impulso e ferma volontà di portarla via con sé o forse anche di sopravvivere a lei.
L’amore di Felix per Maria subisce dei mutamenti, passando dal possesso all’ossessione, in Maria invece diventa compassione.
L’amore e la morte si mescolano: Felix, terrorizzato dalla sua morte, diventa intollerante, incattivito dalla mancanza di alternative e dalla impossibilità di sconfiggere la morte. Maria, che lo ama ed è amata, inizialmente non sa accettare l’idea della sua morte, col tempo, riesce recuperare la sua vitalità, assistiamo al trionfo dell’istinto di vita
Maria vive le paure, le angoscia, gli egoismi e gli affetti che provano coloro che vivono accanto a chi conosce, approssimativamente, la data della propria morte.
Se in un primo momento giura all’amante di non poter vive ere senza di lui e di volerlo seguire nella morte, in seguito – durante l’ultima crisi cerca di strozzarla – sfuggirà alla sua morsa che vorrebbe trascinarla con sé nel momento della fine, lasciandolo morire da solo. Si affaccia in lei l’istinto della sopravvivenza
Il protagonista viene più volte accarezzato dall’idea del suicidio, per sentirsi libero di dominare e non essere dominato dalla morte, ma anche per azzerare l’angosciante attesa di essa.
Grazie alla passione di Schnitzler per la psicoanalisi che è riuscito a seguire entrambi i percorsi intimi con lucidità e spessore. nell’analisi parallela della trasformazione interiore dei protagonisti. Il medico-scrittore ha saputo fondere scienza ed arte per creare una nuova forma narrativa e letteraria, più consapevole dei moti dell’animo e dei sussulti del cervello.

 


Arthur SchnitzlerArthur Schnitzler /ˈɑr tʊər ʃnɪts lər/.
Scrittore austriaco (1862 -1931), studiò neurologia a Vienna, dove fu condiscepolo di Sigmund Freud, venendo a conoscenza tra i primi delle teorie psicoanalitiche. Dopo aver praticato come medico e pubblicato vari saggi sull’ipnosi e la telepatia, si dedicò interamente alla letteratura, inserendosi nella cosiddetta “arte dei nervi”, che aveva per antecedente lo psicologismo di G. de Maupassant e che era già stata teorizzata da H. Bahr, capo del movimento dello Jungwien (Giovane Vienna).
Freud, in occasione del sessantesimo compleanno di Schnitzler, nel 1922, confessò allo stesso Schnitzler di aver evitato d’incontrarlo «per una sorta di paura del doppio… Il Suo determinismo, il Suo scetticismo – che la gente chiama pessimismo – il Suo essere dominato dalle verità dell’inconscio, dalla natura istintuale dell’uomo, il Suo demolire le certezze culturali tradizionali, l’aderire del Suo pensiero alla polarità di amore e morte, tutto questo mi ha colpito con un’insolita e inquietante familiarità».