Attentato Barcellona, due gelesi fra i sopravvissuti della Rambla

Vivi quasi per miracolo, per chi ci crede o per il caso, che li ha voluti nello stesso luogo al momento sbagliato, ma dall’altra parte. La storia di cui scrivo oggi è quella che due gelesi per fortuna hanno potuto raccontare, dopo essere scampati all’attentato nella Rambla, a Barcellona, dove si trovavano per trascorrere una vacanza.

Sono le 17:00 di giovedì 17 agosto, quando un furgone bianco piomba sulla folla di catalani e turisti che passeggiano tranquillamente lungo uno dei corsi principali della città. Procedendo a zig zig e ad alta velocità, falcia poveri innocenti che trascorrevano serenamente la giornata. Tra questi ci sono anche due gelesi, salvi solo perché camminano nel verso opposto al furgone, che non li coglie così all’improvviso alle spalle.

Vedono tutto: davanti ai loro occhi la corsa furiosa del furgone contro la gente che viene letteralmente uccisa, falciata e lanciata in aria come birilli. Da lì la fuga per salvarsi. Le telefonate a casa, in Sicilia, a Gela, per chiedere ai figli di guardare i telegiornali e capire che cosa stesse realmente accadendo: è un attentato terroristico. Sono in preda al panico e alla paura, si perdono e poi si ritrovano, attorno hanno solo terrore, urla e fughe disperate.

Rimangono chiusi per ore in un albergo insieme a tantissime altre persone, temendo che possa succedere qualcosa da un momento all’altro. Terrorizzati da una lingua che non conoscono, quella con cui comunicano i poliziotti in borghese. Raccontano della corsa per le scale dell’hotel, di una caduta agli ultimi gradini e di un uomo che lì vicino lancia qualcosa. Pensano a una bomba e si accasciano convinti di poter morire da un momento all’altro, ma, buon per loro, non è un ordigno esplosivo, ma soltanto gli occhiali di un poliziotto che cerca di dir loro di salire ai piani più alti e di rimanerci.

Vengono identificati tutti, perquisiti e fatti uscire solo dopo aver messo in sicurezza la zona. A terra, davanti ai loro occhi, giacciono i cadaveri delle vittime coperti dai teli. È tutto finito forse o forse no. Non finiscono mai stragi del genere, rivivono sempre nel dolore dei familiari, negli incubi dei sopravvissuti, nella rabbia di vite spezzate ingiustamente e con una crudeltà disumana. I due gelesi sono rientrati in città prima del previsto, sono a casa adesso, dove si sentono al sicuro e dove i familiari speravano che facessero ritorno al più presto.

Quel 17 agosto lungo la Rambla sono morte decine di persone e rimaste ferite tantissime altre. Noi guardavamo le immagini in televisione e, senza saperlo, in città una famiglia viveva il dramma dell’attentato sulla propria pelle. È così, ci sentiamo distanti dalla violenza e dal terrore e in cuor nostro pensiamo: “Non può succedere a noi!”, ma purtroppo non è così. Barcellona si è svegliata urlando “No tinc por!” (Non ho paura!). E noi? Noi abbiamo paura?

(Foto Irish Independent, non soggetta a copyright)