BoJack Horseman per imparare a convivere con sé stessi.

Spesso, quando guardo una sitcom, gioco ad associare i personaggi a persone che conosco, me inclusa. Eppure, tante volte nella realtà capita di somigliarci l’un l’altro e, per quanto cerchiamo di distinguerci, vogliamo comunque quello che vogliono tutti. Probabilmente non sappiamo nemmeno noi cosa sia quello che stiamo cercando, o addirittura, se lo sappiamo (e lo troviamo) non riusciamo comunque a sentirci soddisfatti. BoJack Horseman è una serie Netflix che parla proprio di questo: la sfida nello stare bene con sé stessi. I personaggi sono unici e allo stesso tempo vi è sempre quel qualcosa che accomuna gran parte di essi. Quando ti rivedi in un personaggio ti rivedi un po’ anche negli altri, così come hai qualcosa che ti lega alla gente che ti circonda.

Animali antropomorfi stanno al pari passo con gli umani, tanto da rendere nomali accoppiate improbabili tra specie diverse. Inizialmente può sembrare quasi disturbante per lo spettatore, finché non realizza che ogni personaggio è la personificazione dei sentimenti umani e dell’animale che rappresenta. Mr Peanutbutter come tutti i cani è molto entusiasta, prova simpatia per tutti e perdona facilmente i torti che subisce. Princess Carolyn come tutti i gatti scinde nettamente il momento in cui occorre essere più egoisti da quelli in cui è lecito abbandonarsi ai sentimenti, finché questi non le vengono negati e sfogherà la frustrazione sulla carriera. BoJack, il protagonista, ha il muso lungo perché è un cavallo. E perché è depresso. Ha i soldi, una discreta fama, delle persone che gli vogliono bene, eppure non è in grado di gestire tutto questo ma resta ancorato al passato. Ripensa ai tempi del successo, quando era all’apice della sua carriera di attore, ma nel presente non riesce più a riemergere senza scendere a compromessi. Al tempo stesso, si trova intrappolato nei ricordi bui della sua infanzia ed è tutto ciò su cui scarica la colpa dei suoi problemi attuali, finché non si renderà conto di essere lui stesso il responsabile dei suoi sbagli. Ma come gli farà notare l’ingenuo Todd, non si può ogni volta ricommettere gli stessi errori per poi starci male come se migliorasse le cose. Dobbiamo migliorare noi stessi, perché è da noi stessi che vengono gli sbagli, non dall’alcool, né dalle droghe o da qualsiasi vicissitudine abbia colpito le nostre vite. Pensate che a Bojack viene persino difficile chiedere scusa, l’elemento essenziale per ricominciare, anche quando gli dispiace sul serio.

Una lezione importante che la serie insegna è che col tempo tutto diventa più semplice da affrontare, la difficoltà sta nel provarci ogni giorno. Un percorso simile ma meno contorto è quello della scrittrice trentacinquenne Diane, sviluppata dai creatori della serie apposta per essere la “Daria asiatica.” Femminista, intellettuale e cinica, vuole fare qualcosa di importante non solo per sé stessa ma anche per il mondo. Tra tutti è il personaggio che più si sente vicino a BoJack, condividendone il disincanto nei confronti della vita e dell’umanità. È quasi in grado di leggergli nella mente, e a volte tende ad evitarlo per non lasciarsi coinvolgere dalla sua negatività. Eppure in un universo pieno di assurdità riflesse nel mondo di Hollywood (anzi, Hollywoo) i due amici sono le uniche due cose che abbiano senso l’uno per l’altra, per quanto cerchino di scappare. Direi, infatti, che quando si cerca di fuggire da sé stessi a volte si finisce per trattare male quei pochi in cui ci si rispecchia, o che comunque sarebbero in grado di mascherarci. Arriverà dunque il momento in cui si rinuncia a salvare gli altri, già che si dimentica come salvare sé stessi, per quanto semplice possa essere. Essendo una serie tendenzialmente nichilista non si impara certamente il senso della vita, ma darà qualche dritta per imparare a vivere alla giornata.