Il deserto dei Tartari: L’estenuante attesa

Il giovane sottotenente Giovanni Drogo, un uomo pieno di ambizioni e di aspettative, viene mandato nella sperduta fortezza Bastiani per metà in rovina, in un luogo non identificato, deserto aspro e ai confini del paese. A nord della fortezza si estende un deserto, da dove tutti aspettano un assalto da parte dei tartari, ormai ritenuto alquanto improbabile e tuttavia i turni di guardia seguono un regolamento molto rigido e complicato quanto assurdo.
Presto neanche Drogo crede alla possibilità di un’aggressione ma non lo fa capire, rendendosi conto che solo l’adempimento del dovere può rendere sopportabile la vita in quell’avamposto solitario. Un giorno qualcosa accade, nel deserto qualcosa si muove, si distinguono delle figure, non sono i Tartari ma agrimensori che lavorano per stabilire la linea di confine.
Prosegue così la vita monotona al fronte: la stessa giornata con le stesse identiche cose si era ripetuta centinaia di volte. La speranza di veder comparire un nemico all’orizzonte si trasforma a poco a poco in un’ossessione metafisica, in cui al desiderio di mostrare il proprio eroismo si sovrappone la ricerca di una verità definitiva sulla propria esistenza.
Il sottotenente, promosso capitano e poi maggiore, torna in città in licenza ma non c’è niente che lo trattenga perché ormai ha perso ogni contatto con il mondo esterno. Un giorno, egli giaceva malato e senza forza, accadde quello che soldati è ufficiale aspettavano da molto tempo: dal deserto i tartari avanzavano verso la fortezza.
L’ora della gloria è finalmente arrivata, ma non per Drogo, non può partecipare ai preparativi per la difesa. Il protagonista invecchiato e ammalato vede la sua vita finire miseramente e capisce che non può più tornare indietro, e che i suoi anni sono stati sprecati nell’attesa di una grande occasione. Solo e dimenticato provò il gusto amaro della rinuncia e la morte è da lui vista come l’unica realtà.

Dino Buzzati in una intervista dichiarò che l’idea del romanzo nacque dalla monotona routine redazionale notturna che faceva in quel tempo. “Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire”.
Notte passate sempre in una continua attesa di un evento.
Anche la tematica della guerra (non dobbiamo dimentica che l’Italia era appena entrata in guerra) come fonte di disagio è fortemente legata a quella dell’attesa e della crisi esistenziale.
L’autore sostiene che la speranza è l’illusione nascondono agli uomini il vero senso della vita. L’azione si svolge in un clima surreale che potenzia la carica simbolica del romanzo, nessun soldato sa esattamente dov’è situata la fortezza, per quanto tempo dovrà prestare servizio, se è da chi la fortezza è minacciata, ognuno nasconde a se stesso e ai suoi compagni l’assurdità della situazione, da cui solo la morte può liberarli.

Nel gennaio del 1939, quando la Seconda guerra mondiale sta per coinvolgere anche l’Italia, l’editore Leo Longanesi, su suggerimento di Indro Montanelli, accetta di pubblicare il romanzo «La fortezza», ma chiedendo all’autore di cambiare il titolo in «Il deserto dei Tartari», per evitare ogni possibile allusione al conflitto imminente.
L’Italia era entrata in guerra e un romanzo di militari in attesa del nemico poteva prestarsi a qualche osservazione o censura. Meglio intitolarlo “Il deserto dei Tartari”che più che sulle armi puntava sulla solitudine. Buzzati aveva lasciato il romanzo nelle mani di Longanesi poco prima di partire come inviato di guerra del Corriere della Sera per Addis Abeba.

 

 


BuzzatiDino Buzzati Traverso, conosciuto come Dino Buzzati, (Belluno 1906, Milano 1972) scrittore, giornalista, drammaturgo, librettista. Fin da quando era uno studente collaborò al Corriere della Sera come cronista, redattore e inviato di guerra.
Fu anche un pittore, dice di sé nella pagina di un catalogo: «Il fatto è questo, io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa, le mie pitture quindi non le può prendere sul serio. La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere; hobby per me è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie.»
Pochi sanno che “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” (1945) ha visto la luce prima sotto forma di illustrazioni e, solo in un secondo momento, Buzzati ha pensato di affidarsi alla parola scritta.