C’era una volta la minoranza

Qualche giorno fa, avrei voluto scrivere un articolo dal titolo “E questo PD a chi lo diamo?”, ma sono stato smentito nel giro di 48 ore. Già, perché ci ha pensato l’assemblea del Partito Democratico, che si è tenuta ieri mattina, ha ribadire che nella sinistra italiana  “tutto cambia perché nulla cambi”, che tradotto vuol dire “Renzi segretario e gli altri muti”. Se analizzassimo ogni singolo intervento succeduto a quello del segretario-dimissionario, noteremmo come Matteo Renzi sia riuscito a sbarazzarsi di Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza, due dei suoi principali competitor alle primarie che l’ex premier vincerà, senza muovere neanche un dito per tutta la durata dell’assemblea organizzata dallo stesso Partito Democratico. Una giornata iniziata con il discorso del segretario-dimissionario, che oltre a citare i risultati ottenuti dal suo governo e la necessità di riorganizzare la sinistra contro i populismi e le destre, ha sottolineato la sua disponibilità a ricandidarsi al prossimo Congresso che si terrà tra qualche mese, gelando le ambizioni di coloro che speravano nella rinuncia dello stesso segretario.

 

L’incontro di ieri mattina, è servito a ribadire che “Renzi è la maggioranza e gli altri sono dei poveri disgraziati in minoranza” e quindi non hanno alcuna voce in capitolo. Se Enrico Rossi, Emiliano e Speranza vogliono il Socialismo, devono competere alle primarie contro il segretario uscente, i quali perderanno miseramente e verranno “condannati” dallo stesso Renzi a tacere per sempre. Una giornata quella di ieri, iniziata con i giusti presupposti, visto il bagni di folla riservato a Rossi ed Emiliano durante l’incontro organizzato dal Presidente della Regione Toscana al teatro Vittoria di Roma, che avevano più volte ribadito la necessità di riorganizzare il centrosinistra attorno ad un segretario in grado di unire tutte le anime del centrosinistra e che invece si è trasformata in una Waterloo per la minoranza di cui loro fanno parte. Infatti, a metà pomeriggio, Michele Emiliano, tende inaspettatamente la mano a Matteo Renzi: “L’unità è a portata di mano, ho fiducia nel segretario”, scandisce il presidente della Regione Puglia, che il giorno prima, al teatro Vittoria con Rossi e Speranza si scusava perché in passato aveva appoggiato il segretario, rivendicando lo scarso impegno dell’ex premier nel risolvere il caso drammatico dell’Ilva di Taranto. Oggi, dice Emiliano, “sono disponibile a un passo indietro”. Poi precisa che il suo è un tentativo di abbassare i toni in cerca di un’intesa e nega di aver cambiato idea rispetto a una rottura in assenza di mediazioni sul Congresso. Ed è in quel momento che Emiliano firma una sorta di armistizio senza compromesso. Michele Emiliano diventa mediatore e a Renzi dice “Mi fido di lui” e anche “Nessuno gli ha mai chiesto di lasciare”. I toni concilianti usati da Michele Emiliano nell’intervento, hanno lasciato stupiti i delegati. “Oggi ho l’onore di parlare dopo il sosia di Michele Emiliano”, ha detto scherzando Antonello Giacomelli, sottosegretario allo sviluppo economico, prendendo la parola dopo il presidente della regione Puglia. “Non so quale sia l’Emiliano vero e quale quello finto”, ha ribadito lo stesso sottosegretario, quasi a deridere lo stesso Emiliano. Dopo il cinque di Emiliano a Renzi, sembra tutto finito, ma ecco arrivare l’ennesimo dietrofront di Emiliano, che insieme a Rossi e Speranza, subito dopo l’assemblea, firma un documento congiunto contenente una dichiarazione durissima: “Anche oggi nei nostri interventi in Assemblea c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. È purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”, hanno cosi concluso i tre membri della minoranza Pd.

 

Doveva essere la giornata della svolta a sinistra del Partito Democratico, di una nuova era, delle anime che si riuniscono, ma che invece si è trasformata nell’ennesima vittoria di Matteo Renzi, che riesce ad ottenere un insolito record: l’unico segretario uscente e dimissionario che vincerà il prossimo Congresso, relegando la minoranza in un ruolo chiassoso ma marginale. 

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