Calvino, un comunista al Cottolengo

La giornata di uno scrutatore: Cottolengo, sinonimo di truffa e broglio.
Concepito negli anni Cinquanta e pubblicato da Einaudi nel 1963, dopo un silenzio narrativo di quattro anni, un blocco creativo che era sintomo di una profonda crisi a un tempo politica e filosofica.
La vicenda si svolge durante le elezioni del 1953, anno della cosiddetta “legge-truffa” che avrebbe previsto un forte premio di maggioranza, la DC avrebbe ottenuto una schiacciante vittoria e dunque anno in cui ci si aspettavano numerosi brogli elettorali.
Il protagonista, Amerigo Ormeo, l’alter ego di Italo Calvino, è scrutatore per il Partito Comunista Italiano al seggio presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza, Cottolengo, un grande ospizio torinese che come precisa lo scrittore: «da asilo, tra i tanti infelici, ai minorati, ai deficienti, ai deformi, giù giù fino alle creature nascoste che non si permette a nessuno di vedere». Entrando, Amerigo ha «la sensazione di inoltrarsi al di là delle frontiere del suo mondo»,  nota tutto lo squallore dell’ambiente, a metà tra una caserma è un ospedale, e tutto gli sembra una triste metafora di una democrazia rachitica in cui egli non crede.
Lo scrutatore arriva alla fine della sua giornata in qualche modo diverso da come era al mattino, perché tutte le sue certezze: gli ideali di libertà, uguaglianza, la politica e giustizia che credeva di avere all’inizio della giornata crollano al contatto con la miseria della natura, come se dinanzi alla “vanità del tutto” la storia dell’uomo cessasse di colpo di avere un senso.
Le pratiche abituali di una giornata elettorale: le operazioni di voto, le battaglie contro abusi e strumentalizzazioni, la visita di un onorevole, un breve pranzo casalingo, le telefonate con Lia con cui ha una relazione inquieta, in questo contesto cambiano significato.
I volti e le storie inarticolate degli ospiti del Cottolengo, ma anche la notizia di un’inattesa gravidanza di Lia, obbligano Amerigo a una riflessione ininterrotta su questioni radicali: il confine del concetto “umano”, i limiti della ragione e della storia, sulla vita, sul significato del dolore, il ruolo della religione, il posto dell’amore.
Il narratore segue da vicino le meditazioni di Amerigo che fa i conti con la propria personale storia politica e culturale di comunista/liberale, sentendosi insieme erede della tradizione illuminista e socialista, l’esperienza al Cottolengo offre al protagonista un’apertura alla vita prima sconosciuta.
Non ci sono risposte compiute nella sua meditazione. Ad Amerigo “la complessità delle cose alle volte pareva sovrapporsi di strati nettamente separabili, come le foglie di un carciofo, alle volte invece un agglutinamento di significati, una pasta collosa”, le sue sue riflessioni suggeriscono però la lezione di un atteggiamento di costante apertura che si sforzi di dar conto sempre del diverso da sé.
La scena centrale del racconto si svolge in una camerata del Cottolengo occupata da degenti fra i più gravi, occasionalmente trasformata in “seggio mobile” per le elezioni politiche nella quale il protagonista è scrutatore, anche Calvino nel 1961 è tra gli scrutatori che andarono a raccogliere il voto in quelle corsie dove «si allestiva la commedia di un voto delegato attraverso al prete a la monaca».
Il tema polemico è la deplorevole abitudine di permettere il voto a malati chiaramente incapaci né di parlare e nemmeno di muoversi che rappresentano, per chi li vuole votanti, non persone ma solo voti utili e l’indignazione nei confronti di una Democrazia Cristiana senza scrupoli che mostra interesse a varcare la soglia di un luogo come il Cottolengo solo in occasione delle elezioni, solo per accaparrarsi il voto. Votare, nel secondo dopoguerra era diventato obbligatorio e durante le elezioni gli ospedali, i conventi, e gli ospizi erano dei grandi contenitori di voti per il partito democratico cristiano.
Il Cottolengo era «provvidenza benefica” ma allo stesso tempo “potenza organizzatrice, è sfruttamento elettorale»

La prima idea di questo di questo racconto breve quasi un reportage, gli venne il 7 giugno del 1953, quando lo scrittore si recò al Cottolengo durante le elezioni, per una decina di minuti, era candidato – per far numero – del Partito Comunista. Fu proprio lì che gli venne l’idea del racconto, provò a scriverlo ma senza riuscirci perché gli elementi erano troppo pochi e per costruire una storia doveva vivere l’esperienza lì dentro come scrutatore ed assistere a tutto lo svolgimento delle elezioni. L’ occasione di farsi nominare scrutatore si presentò nel 1961, ma l’esperienza vissuta in quei due giorni gli aveva lasciato immagini forti “erano così infernali che avrebbero potuto ispirarmi solo un plamphlet violentissimo, un manifesto antidemocratico… Ho dovuto aspettare che si allontanassero”
Aspettò che la rabbia sfumasse prima di scrivere il libro. La giornata d’uno scrutatore è il primo testo in cui si manifesta con forza l’idea di una letteratura che sia voce “a ciò che è senza voce” a ciò che è escluso dalla società o esterno al mondo umano, agli oppressi, alla natura.
In occasione dell’uscita presso l’editore Einaudi della nel febbraio 1963 Calvino scrisse: “I temi che tocco con La giornata d’uno scrutatore, quello della infelicità di natura, del dolore, della procreazione, non avevo mai osato sfiorarli prima d’ora. Non dico ora di aver fatto più che sfiorarli; ma già ammettere la loro esistenza, il sapere che si deve tenerne conto, cambia molte cose”. Temi ricorrenti in tutta la seconda parte della produzione calviniana, che si avvia proprio in questi anni.

Italo CalvinoItalo Calvino, 1923 a Santiago de Las Vegas (Cuba), Siena 1985. Lavorò per la casa editrice Einaudi e fu iscritto al partito comunista.
Nelle sue opere ripercorse le linee principali della letteratura italiana del secondo dopoguerra, passando dal neorealismo dei primi lavori sulla Resistenza allo sperimentalismo degli scritti degli anni Sessanta e Settanta.
Nella sua prosa lo scrittore si rivela spregiudicato sperimentatore di linguaggi e generi, alla lucidità della descrizione analitica fanno da costante contrappunto il lirismo e l’ironia, sostanziati da una riflessione profonda e disingannata sul senso ultimo dell’esistenza umana.
Tra le sue opere principali: Il visconte dimezzato (1952); Il barone rampante (1957); Il cavaliere inesistente (1959); Le città invisibili (1972); Sotto il sole giaguaro (1986).

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