I cani senza nome muoiono per strada: siamo tutti responsabili!

Ho sempre provato tenerezza per quei cani che avevano un nome che nessuno pronuncia più e per quelli che in verità non lo hanno mai avuto. Mi hanno sempre commosso le code scodinzolanti di quei randagi che, con gli occhi grandi e le orecchie basse, elemosinano qualche carezza o un pezzetto di pane. In città se ne vedono tanti e spesso se ne ignorano altrettanti. Non hanno di certo vita facile questi cani, cacciati e allontanati talvolta da gente poco sensibile. Eppure una città che si proclami civile dovrebbe garantire dignità e rispetto a qualsiasi forma di vita nel suo territorio, ma evidentemente così non è.
Quello in foto è uno dei tanti randagi che gli animalisti e i cittadini buoni segnalano sui social network, nel tentativo di trovar loro una famiglia che li salvi dalla strada. Spesso ci riescono, ma altre volte no e i malcapitati a quattro zampe crepano schiacciati da ruote in corsa. Qualche giorno fa, indicando proprio questo esile meticcio, qualcuno scriveva: “C’è questo cane che piange al museo, è stato abbandonato o si è perso? C’è qualcuno che può intervenire?”.
Voi lo avete mai sentito il pianto di un cane? È come un sottile sospiro che parte da dentro, un guaito che si sente e si vede da come respira. È straziante, ti lascia impotente. I randagi piangono e nessuno li ascolta, si disperano, ma non urlano, loro non riescono. Non possono battere i pugni per essere considerati né sanno firmare petizioni o protocollare richieste. A penalizzarli é proprio il loro essere animali ed è ridicolo, perché l’uomo spesso avrebbe solo da imparare.

Uccidono per fame, mai per altro. Si arrabbiano solo se minacciati e non perché la vita non ruota nel verso che vorrebbero. Non sono venali e condividono il cibo col branco. Di noi potremmo dire lo stesso? Dubito.
Chi si espone per loro? Gli animalisti, sì, ma che cosa possono fare da soli in una società che si tappa gli occhi e le orecchie? Mancano le risorse, mancano i luoghi in cui ospitarli. Manca umanità in questa valle di uomini ed egoismo. Ci vorrebbe più attenzione, il che non significa di certo dimenticare i poveri per aiutare gli animali. Chi mangia può anche bere e chi parla può anche ridere. Così chi aiuta un cane o un gatto in difficoltà può comunque aiutare un uomo che ha bisogno. Sono due cose differenti, ma vicine allo stesso tempo.
Il randagismo non è solo un fenomeno che spaventa e che preoccupa, è una problematica che prima di tutto ci umilia e ci mortifica.
Questo cane forse sarà morto qualche giorno dopo, pare infatti che un cucciolo con gli stessi colori abbia terminato la sua corsa sulla Gela-Catania. Non siamo forse tutti responsabili?
Ma che importa, tanto era solo un cane senza nome. Un cane seppellito dall’indifferenza.
Un randagio che, convinto forse di essere sulla strada verso casa, ha abbaiato per l’ultima volta.