Cinico Tv e le metamorfosi del post-umano

Sabato 11 febbraio ai Cantieri Culturali alla Zisa  di Palermo è stato organizzato un evento-proiezione del lungometraggio cult di Ciprì e Maresco “Il ritorno di Cagliostro”. L’evento commemorativo in ricordo di Pietro Giordano – la “schifezza umana” di Cinico tv  scomparso lo scorso 27 gennaio-  ha previsto, oltre alla proiezione del film e di altri sketch isolati, anche un intervento del maestro Franco Maresco  in duetto con lo scrittore Giorgio Vasta, autore di un recente bell’ omaggio a Giordano, uscito su Repubblica.

Il ritorno di Cagliostro uscito nel 2003 è l’ultimo dei tre lungometraggi che ha visto impegnati i due registi palermitani assieme, dopo lo zio di Brooklin (1995) e Totò che visse due volte (1998), occasione in cui i due artisti  ribelli si sono imbattuti nella censura, baluardo della prepotenza del potere, minacciato dalla loro caparbia resistenza. Gli esseri umani ritratti nelle loro deformità che si muovono alienati in città fantasma, fuori dallo spazio e dal tempo,  sconvolgono la quiete dipinta dalle immagine stereotipata e rassicuranti, tanto care alla tv commerciale e al disegno politico-economico globale ad essa sotteso. La loro arte- denuncia, per nulla compiacente  e ruffiana,  è stata infatti, spesso e in più occasioni, osteggiata. E’ consolante che il superbo Carmelo Bene, in un’intervista all’Espresso rilasciata nel 2000, la annovera tra le poche cose  preziose che salverebbe dell’Italia.

Cinico tv irrompe nella tv di Stato, su rai tre, ospitato in prima serata da Blob di Ghezzi, nel 1992, anni di fuoco per la Sicilia, per Palermo e per l’Italia intera; anni di faide mafiose, dei Giudici antimafia martiri, anni di Stato silente, di immobilismo e di cinismo.

E lo fa mostrando una realtà cruda, amara, desolata, disperata. Lo fa mostrando gli emarginati, gli isolati, i deformi. Lo fa  ostentando le ossessioni degli umani,  guardando al microscopio le loro manie. Che sono, poi, le ossessioni e le manie di tutti noi, costretti a vivere dentro un mondo da altri organizzato , affinchè ciascuno reciti la sua parte secondo copione. E se si esce fuori dal coro, si esce fuori da tutti i giochi, si esce fuori dalla civiltà, si diventa mostri da evitare e isolare. Ed è proprio in questo contesto di alienazione che si insinua la mafia, penetra come l’acqua negli spazi lasciati aperti dal dilagante degrado urbano, umano ed economico che ha espresso la Palermo di quegli anni.

Il ritorno di Cagliostro è il film in cui i registi, forse, manifestano una  sorta di resa; qui la rabbia si fa muta, la rassegnazione prende il sopravvento sulla lotta, l’ineluttabilità di un destino crudele si fa evidenza, con note vicine al verismo verghiano. In questo film, più che negli altri, la Sicilia mostra il suo volto più crudele, una Sicilia cinica, vendicativa, che non perdona  nessuno, neanche i sognatori. Una Sicilia bella e struggente ma che sfata l’aforisma di Dostojesky secondo cui la bellezza basterebbe a salvare il mondo.

Una bellezza distruttiva, una bellezza maledetta, una bellezza decadente come la bellezza dei perdenti e dei sogni infranti.

Una Sicilia in cui il malaffare diventa normalità, vita quotidiana, status, condizione, rassegnazione, immobilismo, morte.

Immobili nelle loro pose plastiche, incompiuti nei loro gesti, rigidi come robot postmoderni, i personaggi  “pirandelliani” di Ciprì e Maresco si muovono,  disinvolti e goffi al contempo, nello spazio degradato delle loro esistenze, rimanendo però sempre uguali a se stessi, in un rimando ossessivo a abitudini, pensieri e gesta ripetute a oltranza. Immobili come fotografie e distanti dall’operatore come statue di un museo,  le loro freddure scandiscono il tempo perfetto della comicità tragica, dove tutto rimane incompiuto ma tutto risplende, miracolosamente, di autenticità.

Anche lo sguardo degli autori sui personaggi è distaccato; è quel distacco necessario a fare poesia, anche e soprattutto dalle brutture perché è dal “letame che nascono i fiori”. Quel distacco che riesce a isolare i registi da quella disperazione  che nasce dalla paura di essere avvinti allo stesso destino di quei  loro personaggi cosi mostruosi.

E grazie a questo distacco, che è appunto cinico,  che Ciprì e Maresco fanno accadere i personaggi sulla scena e così li ri-inventano con la loro inquadratura consapevolmente invadente, finalizzata a creare una cornice perfetta che rievoca  un tempo che ci è già sfuggito,  un altrove che è anche stasi, un luogo-buco nero  che sprofonda  i personaggi nelle loro buie nevrosi e gli soffoca ogni speranza di risorgimento.

Una inquadratura che è pervasiva, che denota la presenza ingombrante di chi domanda  ma anche quella, altrettanto ingombrante , di chi risponde, in un’ottica di perversione sadomasochistica che avvinghia percettibilmente autori e attori, in una complicità inconsapevole, al limite del maniacale.

E Pietro Giordano era il più cinico tra i personaggi di Cinico tv, come ricorda Maresco.  Quegli anni,  che hanno visto fiorire quelle proteste, aggiunge, non ci sono più;  la sensibilità sociale e l’impegno civile che infondevano  quegli appuntamenti  serali e seriali nei giovani di allora non possono essere riprodotti con  visioni  isolate e sporadiche dei video reperibili su youtube.  E’  la crisi ineluttabile della modernità.

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