Cinquanta Sfumature di nero. Quando l’amore fa venire il colera.

Comincio di solito a scrivere di un film partendo dalla sua trama e da qualche informazione sul regista. Questa volta no. Perché io sono una masochista, ma voi no e non voglio farvi del male. Vi dico sin da subito che per fare questa recensione ho dovuto vedere il suo prequel “Cinquanta sfumature di grigio”. Qui ho trovato un Anastasia Steele ventunenne, universitaria col moccolo  che casualmente incontra questo straricco Christian Grey con il quale intraprende una frequentazione, questa ragazzina si rende conto immediatamente che sto qui è una specie di complessato però gnente, non ce la fa a rispedirlo al mittente e tra i due comincia un rapporto Dominatore- Sottomessa sancito da un contrattino con tanto di registrazione e fila all’Agenzia delle Entrate. Bene, nonostante il contrattino, lei si innamora (ovviamente), lui anche se oscuro e distaccato riesce ad aprirsi ma il suo vissuto è talmente traumatico che sto qui è un baratro di follia e la piccola Anastasia decide di mollarlo. Si poteva fare di peggio? Io, lo ammetto con un certo imbarazzo , pensavo di no. Ma mi sono sbagliata.

Arriva il 2017 e con lui “Cinquanta sfumature di nero” il 9 febbraio. Per chi non lo sapesse ancora, il prossimo anno sempre in periodo San Valentino uscirà l’ultimo, “Cinquanta sfumature di rosso”.

Il trailer di questo nuovo film invitava gli avventori a guardarlo il giorno di San Valentino. “E’ sbagliato”, urla il personaggio di Dakota Johnson a un certo punto. “E’ tutto sbagliato!”. Lei lo urla nel film riferendosi alla sua storia d’amore con Christian, ma è palese che si riferisca al film, alla trovata pubblicitaria, a lei stessa.

Avete presente quei film erotici considerati dai cinefili alla stregua di capolavori intramontabili? Che so, film tipo Ultimo Tango a Parigi, di Bertolucci, Eyes Wide Shut, di Kubrick (che non è citato a caso, purtroppo), ma anche Nymphomaniac di von Trier. Ecco, scordateveli. Questo film sta cercando di farvi dimenticare il cinema d’autore, trattando l’argomento sesso con una banalità al di fuori dal comune. Questo secondo capitolo della saga tratta dai romanzi di E.L. James riesce con difficoltà a farsi definire film.

La sceneggiatura è piatta, costruita su scene trite e ritrite, alimentata con dialoghi da lobotomizzati, e incentrata su personaggi dallo spessore di un toast non ha di certo aiutato il regista. Ma il regista in questione non girava un film dal 2007 e insomma con onestà e coerenza avrebbe anche potuto rifiutare ma dopo dieci anni di inattività, chi avrebbe rinunciato ad un rientro in pompa magna?

E così ri-eccoci di nuovo nell’inquietante mondo di Christian e Anastasia, una realtà paradossale abitata da gente che si prende molto sul serio, in cui tutti praticano il sadomaso e dove anche sei vai a una festa in maschera indossando una maschera tutti riusciranno ugualmente a riconoscerti. Essì miei cari, il citazionismo c’è, è fatto male e si vede, purtroppo.

C’è lui, Christian Grey, che è una specie di supereroe de noialtri, con il suo parco macchine, l’aereo e il comando vocale, lui può con quest’ultimo super potere fare inginocchiare tutte le donne che gli capitano a tiro. Pure la lattaia. Tutte. C’è lei, Anastasia Steele, che rispetto al primo film pare meno rintronata e anche meno indecisa, un po’ meno tutto, perché in una storia che parla di dominazione sessuale bisogna pur sempre fare gli occhi dolci alle femministe di tutto il mondo che sennò te le ritrovi sotto casa, insieme alla lattaia, con le tette colorate e la gentilezza di uno scaricatore di porto. Perciò, sti due, si sono lasciati al termine del primo film e qui dopo trenta secondi tornano insieme. In questo tempo di separazione (circa ventotto secondi e mezzo), lui è uno stalker di quelli serissimi e non pensate al vostro/a ex che in confronto avranno la serialità dell’ape Magà. Lei, la consapevole, non se la sente di fare una chiamata al tribunale. Perché? Che domande. Lo ama. E il romanticismo è qui rappresentato da scambi di battute scritti nella fabbrica dell’Albero Azzurro.

L’espressività dei due è paragonabile alle lampade da scrivania, quelle in acciaio, lucide e fredde, popolate da luce bianca tipica dell’asetticità delle sale operatorie. I loro scambi di battute ad un certo punto smettono pure di scriverli quelli dell’Albero Azzurro che con un atto di protesta passano la patata bollente direttamente nelle mani di Dodò. Insieme, i due hanno una complicità, una partecipazione che fa rabbrividire anche il più atarassico degli spettatori. È tutto così paradossale che se siete dotati del minimo gusto cinematografico vi spaccherete dalle risate dall’inizio alla fine. Cosa salvare? Ah, si. Le scene con il montaggio musicale, non parla nessuno e va bene così.

Ho letto in questi giorni di ritrovamenti di ortaggi abbandonati a se stessi nelle sale cinematografiche. Non credo di voler commentare simili bassezze. Solo un aggettivo: tristi. Ora scusate vado a farmi un concentrato di Film che ho necessità di ripristinare il mio livello neuronale.