Colpo di scena: Gela passa a Catania, ma Renzi impugna la legge sui Liberi Consorzi

Gela era passata alla città metropolitana di Catania,  la data delle elezioni del sindaco metropolitano è stata fissata per il 29 novembre, ma il futuro delle città metropolitane e dei liberi consorzi rischia di essere compromesso ancor prima di partire. Il governo nazionale ha  deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale la norma che istituisce e regola i nuovi enti che dovrebbero sostituire le province. E se prima ciò erano solo delle voci provenienti da Renziani, oggi è arriva l’ufficiaità. Palazzo Chigi ha comunicato per iscritto che impugnerà entro il 4 ottobre la riforma con cui l’Ars ad agosto ha creato le tre città metropolitane di Catania, Palermo e Messina e i sei liberi consorzi di Comuni per sostituire le Province. Renzi chiede di recepire la riforma nazionale.
La decisione apre una disputa  istituzionale fra Roma e Palermo e anche fra giunta e Ars. Secondo Giovanni Ardizzone “era evidente che il  sistema di governo dei nuovi enti non reggesse. Si è fatto ricorso troppo spesso al voto segreto e il progetto iniziale è stato stravolto”. Per il presidente dell’Ars bisogna tornare in aula per correggere gli errori. In tal modo si salverebbe così una parte della riforma. 
Di parere  opposto Rosario Crocetta che oggi si recherà a Palazzo Chigi. “Difenderemo la legge davanti alla Consulta. Non abbiamo legiferato su materie di competenza statale. Abbiamo regolato i liberi consorzi che sono enti previsti nel nostro Statuto, che ha forza di legge costituzionale”. Ha detto il presidente della regione. Già erano stati sollevati dubbi sulla costituzionalità della legge che istituisce i nuovi enti in sostituzione delle province,  propio dal paletto dei 18 mesi di mandato al momento della candidatura a sindaco metropolino. Perplessità  sollevate anche dall’Associazione nazionale dei comuni italiani, guidata in Sicilia da Leoluca Orlando, che ha espresso “contrarietà verso una riforma che pur  rendendo i primi cittadini protagonisti, di fatto, per una arbitraria scelta a tutela di interessi inconfessabili, ne esclude la gran parte dalla possibilità di candidarsi”. Sembra che a Roma siano stati ascoltati. E adesso il nuovo stop rischierebbe di allungare i tempi o persino affossare uno dei passaggi chiave dell’annunciata rivoluzione crocettiana.