Continua in territorio libico la permanenza dei servizi segreti italiani

Il 20 ottobre del 2011 moriva a Sirte il dittatore libico Mu’ammar Gheddafi. All’indomani della sua dipartita, la terra dall’oro nero cadeva in un’infernale spirale di falde tribali, interventi stranieri e guerre civili. Oggi lo Stato Nordafricano, che solo 6 anni fa si era reso partecipe della “Primavera Araba”, non esiste più. Al suo posto tre differenti governi, supportati dalle principali potenze occidentali, sovietiche e filo-sovietiche, lottano tra loro per la conquista della supremazia.

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Continua, dunque,  in territorio libico la permanenza dei servizi segreti  italiani.

Il Ministro degli Esteri del governo cirenaico di Abdullah Al-Thani, trascinato dalle azioni militari del generale Haftar, annuncia con “una nota diplomatica urgente”, inviata a tutte le ambasciate e i consolati libici all’estero, la riapertura dell’ambasciata italiana di Tripoli.  Per la Cirenaica rappresenta  l’atteso ritorno dell’ambasciata militare italiana.

 

Secondo quanto riferisce il sito Libya Observer, la nota di Tobruk sostiene che una nave italiana carica di soldati e munizioni ha fatto ingresso nelle acque territoriali libiche, compiendo una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Paolo Gentiloni fa sapere tramite Twitter che la riapertura dell’ambasciata è dettata dall’“impegno del Governo per stabilizzare la Libia e collaborare contro i trafficanti di esseri umani”.

Ma da quanto tempo tali “missioni di pace” impegnano in Libia i servizi segreti?

Nel febbraio 2016, l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, avvalendosi della legge n.198 dell’11 dicembre 2015, inviava in Libia degli incursori del Nono Reggimento “Col  Moschin”.

Tale evento fu salutato come una novità assoluta nella storia d’Italia: per la prima volta un Premier autorizzava, senza previa discussione parlamentare, l’invio di truppe di combattimento italiane in zone di guerra. Fuggì, però, rapido dagli occhi degli italiani e i contenuti del decreto governativo, riferiti unicamente ai dieci parlamentari del Copasir, rimasero segreti.

Nessuno, pertanto, ebbe la facoltà di entrare non solo a conoscenza dell’andamento della missione delle nostre forze militari, ma anche dell’effettiva dimensione in termine di uomini e munizioni dell’operazione avviata.

Ma la questione, aperta sottilmente dalle principali testate giornalistiche nazionali, era destinata a non rimanere celata grazie alle autorevoli dichiarazioni del segretario alla Difesa americano Ash Carter, che, nel corso di una conferenza stampa, chiarì la posizione assunta dal governo italiano nella conduzione dell’operazione militare a guida USA, dicendo: “L’Italia, essendo così vicina, ha offerto di prendere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che li appoggeremo con forza”.

Non tardarono ovviamente ad arrivare le smentite del Governo Renzi e, in particolar modo, di Paolo Gentiloni, allora relegato alla direzione del Ministero degli Esteri, che alla Camera rassicurò: “La nostra presenza sia in Libia sia in Iraq sarà oggetto di discussione in Parlamento anche nell’iter di approvazione del decreto missioni.” 

Tuttavia, nel decreto di rifinanziamento delle missioni militari all’estero per l’anno 2016, non si fa alcun cenno alla missioni segrete  delle forze speciali.

Per riottenere informazioni sull’entità dell’operazione si è dovuto attendere l’agosto del 2016, quando l’Huffington Post, sottraendo al Copasir il documento classificato come top secret, confermò la presenza dei  nostri militari nei principali teatri di guerra della martoriata Libia.

Il ricco territorio, dal quale l’Italia trae importazioni, esportazioni, investimenti, forniture di petrolio e gas naturale, è, infatti, caduto in seguito alla destituzione del dittatore Mu’ammar Gheddafi, in un contorto sistema di falde tribali, ingerenze straniere e guerre civili fra i tre governi in lotta per la supremazia.

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L’attuale assetto geopolitico dell’ex colonia italiana sembra, dunque, pronto a subire nei prossimi giorni radicali trasformazioni.

Esso  vede al momento la presenza di tre differenti governi: quello di Sarraj, sostenuto dalle famigerate forze militari nostrane, nato dall’accordo mediato dall’ONU e siglato in Marocco nel dicembre del 2015; quello laico di Tobruk, situato in Cirenaica e sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, ostile ai nostri alleati, protagonista nel 2011 della rivolta che ha spodestato il vecchio dittatore, appoggiato dal vicino Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti; e per concludere il governo islamista di salvezza nazionale, autosospesosi dopo l’arrivo a Tripoli di Sarraj e finanziato da Turchia e Qatar.

Una fonte vicina all’ex Premier libico Khalifa Ghwell, leader del gruppo islamista, impegnato nei giorni scorsi nell’assalto ad alcuni edifici governativi tripolitani, informa che proprio quest’ultimo “sta lavorando a un’alleanza con il governo di Tobruk.”

Se tale indiscrezione dovesse risultare concretizzabile, s’indebolirebbe ancor di più il governo di Fayez al Sarraj, mostratosi recentemente in difficoltà anche nella gestione della capitale del suo piccolo regno.  Il suo più fedele sostenitore, Barack Obama, sta per uscire dalla scena internazionale e grande fonte di ricchezza economica per la  Tripolitania è garantita dal traffico di migranti, che costituisce un terzo del PIL della regione.

L’irriverente gestione di tale attività è affidata alle milizie, alle bande criminali e agli stessi militari di Sarraj, reali padroni della tanto corteggiata regione. Nell’area di Mellitah, cara all’Italia per la presenza di terminali dell’ENI, le milizie controllano il territorio, mentre la sola Misurata, tra i nostri alleati, ha riportato un clamoroso successo con la conquista di Sirte, roccaforte isissiana fino alla primavera del 2015.

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 Il Premier Gentiloni, principale negoziatore dell’alleanza con il governo delle milizie di Sarraj, nel settembre del 2016, in audizione davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato, aveva dichiarato: “Complessivamente le operazioni in Libia hanno avuto un importante risultato: il rischio di un Paese governato dalle forze terroristiche di Isis davanti alle nostre coste è stato scongiurato”. Allo stesso tempo non ha cambiato posizione sulla gestione dei migranti, anzi nelle ultime settimane ha spinto il Ministro dell’Interno Marco Minniti a cercare con Sarraj collaborazione nella soluzione della crisi dei migranti. Ma la ricerca di un valido sostenitore tra i tre governatori libici appare, date le circostanze del momento, un obiettivo irrealizzabile.

Sull’altro fronte, invece, Khalifa Haftar gode apertamente dell’appoggio di Mosca e dell’Egitto, nonché di Francia e Regno Unito, ansiose di difendere le proprie concessioni petrolifere e le loro antiche brame di controllo della Cirenaica.

Per l’Italia, ignara perdente in un attraente conflitto in terra araba, il gioco si complica e le conseguenze della grave instabilità politica della vicina e prospera Libia si riversano sulle tasche dei cittadini italiani, che inconsapevolmente hanno destinato soldi pubblici a missioni speciali, generatrici dell’abnorme flusso di migranti che fa capolino nelle nostre coste.

Articolo di 

carmen cali

Carmen Calì

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