Cum-pati: soffrire insieme. La morte in esilio.

Ci sono delle storie che per intensità, valori morali, dignità e bellezza vanno raccontate. Tra queste c’è la storia di Fabo, Fabiano Antoniani, il dj cieco e tetraplegico “immobilizzato in una lunga notte senza fine” in seguito a un grave incidente stradale. È il tam tam dei social quello che sta impazzando dalle 11.40 di questa mattina, ora del decesso. Aveva chiesto alle Istituzioni di intervenire per regolamentare l’eutanasia e permettere a ciascun individuo di essere libero, fino alla fine. Poi un video-appello al presidente della Repubblica. Appello che lo aveva reso simbolo di una battaglia per la libertà che alla fine lo ha condotto all’estero perché rimasta inascoltata. Fabo ha ottenuto un rumoroso silenzio dalle Istituzioni. Non dovrebbe esistere giustificazione alcuna per questa mancanza di empatia, per la disattenzione con cui Fabo è stato trattato. In Italia la libertà di scelta è violata. Sembra non esserci volontà politica sul testamento biologico, nell’impossibilità dell’eutanasia c’è la violenza più importante, quella di non poter scegliere sulla propria vita. Uno Stato che si professa laico ha il sacrosanto dovere di occuparsi di queste tematiche e non per mero chiacchiericcio ma per regolamentare una questione che da anni è in sospeso e che esige di essere affrontata. Da Piergiorgio Welby a Fabo sono passati ben undici anni, undici lunghi anni legati a doppia mandata da un filo rosso che lega a sé volti, vite, storie di persone che hanno chiesto gli venisse restituita dignità. Rimbalzi, sospensioni, proroghe per una legge urlata a gran voce.

Libertà di scegliere il “quando” ed il “come” morire pare essere oggi il tam tam che da tutti i fronti sta arrivando, non è in gioco la libertà ma la dignità umana. Le numerose indagini fatte tra i pazienti e le testimonianze di medici vicini alle situazioni dei morenti dimostrano che eventuali domande di morte da parte di chi soffre fortemente, rappresentano quasi sempre la traduzione estrema di un accorato appello del paziente per ottenere più vicinanza umana.Lo sguardo di stima e di compassione da donare al morente. E’ questo sguardo che gli conferisce dignità ed identità ed in tal modo lo fa sentire ancora parte dei nostri, parte della vita. Parlare di morte e porla come fulcro di tutto il pensiero, significa porsi nei confronti della vita umana e del suo senso con apertura, con umanità e compassione che non è commiserazione ma ha il suo senso nell’etimologia latina, ben più alta, di soffrire insieme.

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