D’Amore e d’Archeologia: lettere all’ombra delle Mura

C’è una storia dietro alle Mura Timolontee, non è solo quella tramandata dai libri, è una storia d’amore e di scoperte agli inizi degli anni ’50 in una Gela in preda alle scoperte archeologiche e petrolifere. È la storia di un archeologo, Dinu Adamesteanu che proprio a Gela fu chiamato per occuparsi delle Mura di Caposoprano e Daphne Phels, scrittrice inglese che proprio in quegli anni visse a Taormina.

Tra i due ci fu uno scambio fitto di lettere, il carteggio è custodito nell’archivio privato di Casa Cuseni a Taormina. A parlarmene è Marinella Fiume, studiosa e scrittrice siciliana.

Da che anno cominciano e quando si interrompono le lettere tra i due?

 Il fondo delle lettere di Dinu Adamesteanu a Daphne Phelps, è composto di 34 buste e 40 lettere numerate a matita con numeri arabi progressivi, probabilmente ad opera della stessa Daphne, legate con un nastrino rosso e custodite nel cassettino di un secretaire dello studio, di Casa Cuseni a Taormina, alcune olografe, interamente scritte di pugno dal mittente, altre dattiloscritte e autografate a penna, la maggior parte in busta, altre senza. Esse si aprono presentandoci la relazione tra i due già in medias res e si snodano, senza significative pause o interruzioni, dal 28 maggio 1954 al 21 novembre 1956. Due anni e mezzo circa di fitta corrispondenza.

 Ma quando, dove e come accade che i due si conoscano?

È la stessa Daphne ad indicare il terminus ante quem nel sobrio capitolo significativamente intitolato Archeologia del suo libro Una casa in Sicilia dove, senza alcuna allusione ai rapporti personali tra i due e con il consueto tono distaccato dagli eventi narrati, scrive: “Nel 1953 ebbi modo di conoscere un archeologo rumeno che era da poco arrivato a Gela, una cittadina situata sulla costa sudoccidentale della Sicilia, fondata dai greci di Rodi e di Creta nel VII secolo a.C.. Un’amica che soggiornava da me insistette perché attraversassimo l’isola in auto e scoprissimo che cosa stava accadendo a Gela.”. E’ lì che lei e l’amica Joan, che presto si legherà anch’essa d’amicizia con Dinu – come i riferimenti a lei nelle lettere di Dinu lasciano intendere – conoscono coloro che stavano portando alla luce le antiche mura di Gela profondamente sepolte nella sabbia, spostando rapidamente e coraggiosamente centinaia di tonnellate di sabbia verso il mare con l’aiuto di una scavatrice, “due archeologi intelligenti e volenterosi, Piero Orlandini di Parma e Dinu Adamesteanu, un rumeno fuggito dal comunismo”.

L’incontro tra Dinu e Daphne avviene all’ombra di un comune nume tutelare: il grande archeologo Arthur Evans, del quale Adamesteanu racconta subito alla turista che, giunto a Gela in compagnia di suo suocero, Edward Augustus Freeman (l’autore della famosa Storia della Sicilia in quattro volumi pubblicata ad Oxford nel 1891 e che si interrompe all’anno 267 a.C.), “senza l’aiuto di fotografie aeree, aveva tracciato una pianta a livello del suolo, segnando il luogo in cui secondo lui dovevano giacere le mura, lunghe diversi chilometri, sepolte sotto la sabbia. Le sue supposizioni si erano rivelate esatte”. Arthur Evans, l’archeologo inglese, nato a Nash Mills, l’8 luglio 1851 e morto a Youlbury, l’11 luglio 1941, fu, com’è noto, colui che per primo scavò a Creta, dove scoprì le rovine dell’antico palazzo di Cnosso, eretto da una popolazione che egli stesso battezzò  minoica, dal mitologico re cretese Minosse, scavi di cui diede notizia nei  quattro volumi del suo Il palazzo di Minosse a Cnosso, pubblicati tra il 1921 e il 1935. Ebbene, il grande archeologo romantico che dedicò venticinque anni della sua vita, le sue competenze tecniche e il suo denaro agli scavi di Cnosso, era cugino di Daphne perché, morta la madre poco dopo la nascita di Artur, egli era stato allevato dalla matrigna Frances Phelps, sorella del nonno di Daphne, il generale Arthur, e prozia della stessa. Nel suo libro Una casa in Sicilia, la Phelps racconta di averlo incontrato una sola volta quand’era bambina e lui aveva più di novant’anni ed era cieco, ma il ricordo del vecchio archeologo rimase sempre vivo in lei.  

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Quali sono i rapporti che legano Adamesteanu e la Phelps?

La storia d’amore comincia il 16 maggio 1954, come ricorda Dinu nella lettera a Daphne da Gela del 13 maggio 1955: “il 16 maggio – una anno da quando il destino ci ha messo uno di fronte all’altro con il corpo e lo spirito”.

Come Adamesteanu parla delle scoperte fatte a Gela, quale immagine rimanda della città stessa?

Nelle lettere l’archeologo tiene puntualmente informata Daphne dei ritrovamenti, delle ricerche a Gela, monte Desusino, capo Soprano, Sophiana, condotte con entusiasmo seppur in condizioni di vita disagiate. Delle mura timoleontee si esalta l’astuta tecnica costruttiva e lo stato di conservazione.  Le racconta anche dei rapporti costruttivi e amichevoli con la popolazione locale che lo chiama Don Bastianu storpiando il suo cognome rumeno.

Immagino Dinu passeggiare sulla sabbia sottile di Gela, fermarsi tra i ritrovamenti stupito e scrivere alla sua Daphne guardando alle Mura, le stesse che anche io oggi guardo e sento più vive.

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