Dalla padella del renzismo alla brace del grillismo.

L’ultima tornata elettorale per il rinnovo dei consigli comunali di numerose città d’Italia, tra cui le quattro più importanti, ha segnato una battuta d’arresto nella ricerca spasmodica di consensi perseguita da Renzi sin dalle prime fasi della sua ascesa al potere. Un percorso scandito da numerosi passaggi, alcuni dei quali quanto meno irrituali.

Sull’onda lunga del sostanziale insuccesso del Pd alle politiche del 2013, Renzi riesce a strappare la segreteria del partito a Bersani. Ha inizio così una drastica campagna di epurazione dei vertici del partito – caldeggiata, bisogna pur dirlo, da una base giustamente esacerbata – sostituiti all’istante in nome delle retoriche della rottamazione da facce e faccine nuove, il cui unico titolo di merito consiste nell’appartenenza alla cerchia ristretta del neocapo. Galvanizzato da questo successo e animato da un febbrile zelo riformatore che gode del supporto autorevole di Re Giorgio, Renzi ha gioco facile nello scalzare dalla guida del governo il traballante Letta con una manovra di palazzo tanto spregiudicata nella concezione quanto rapida nell’esecuzione.

Il cumulo di cariche non spaventa né scandalizza Renzi. Il bene della Nazione del resto esige da lui dedizione e spirito di sacrificio. Sin dal suo primo insediarsi la vulgata ufficiale narra di finestre perennemente illuminate e notti insonni trascorse a elaborare raffinate alchimie istituzionali e organigrammi di partito di monolitica solidità. E poi il Jobs Act, l’abolizione dell’articolo 18, le grandi opere, la voce grossa con Angela Merkel per una maggiore flessibilità, i sindacati ammutoliti, Confindustria blandita e riverita con sgravi fiscali e ridimensionamenti dei salari.

Ogni riforma, ogni intervento, ogni uscita pubblica declamata dai cantori di regime con squilli di fanfara e ruggiti leonini recano il marchio della sua ineguagliabile maestria di politico. È sempre e soltanto lui a “metterci la faccia”. Chi ha rivoltato il partito come un calzino promuovendone il ricambio generazionale? Renzi! Chi ha risollevato le sorti di un governo inerte per imprimergli la spinta vitale di un nuovo corso, popolandolo di giovani e vigorosi virgulti provenienti dal fior fiore della classe dirigente del paese? Renzi e ancora Renzi! Chi ha scosso i putridi e stagnanti liquami dell’acquitrino a cui si era ridotta la politica nostrana con un sussulto di sorgivo orgoglio? Sempre Renzi, a futura memoria e gloria dell’Italia intera!

È il personalismo esasperato e ribadito a ogni piè sospinto la cifra contraddistintiva del potere di Renzi, giunto al suo culmine grazie alla mutazione genetica che sancisce la transizione dal Pd a Partito della Nazione e Partito di Renzi. In questa equivalenza si dispiega la mitologia, tanto cara agli Italiani dal Duce in poi, dell’Uomo Solo al Comando, che manovra a suo piacimento una cerchia ristretta di accoliti e replicanti, forte di un’azione politica mai interrotta che si vuole tempestiva e infallibile, perché è l’azione e non il pensiero la prerogativa del genio, perché bisogna sparigliare le carte, mandare all’aria i tavoli, annichilire gli avversari mettendoli di fronte al fatto compiuto e al ricatto della mancanza di alternative.

Questa onnipervasiva concezione autocratica del potere, estesa dalla gestione del partito all’amministrazione della cosa pubblica, trova la sua proiezione emblematica nel combinato disposto di Italicum e riforma costituzionale. L’azione governativa non tollera ostacoli perché è il bene del Paese il fine supremo verso cui si indirizza. Il sostanziale rafforzamento del potere esecutivo a discapito del legislativo e del giudiziario, è appena temperato da una parvenza superficiale di democraticità. Lo dimostra il contentino della ratifica popolare prevista per i nuovi senatori reclutati nel sottobosco della politica locale, a tacitare i mal di pancia dell’ormai evanescente sinistra piddina. Si tenta di imbonire l’opinione pubblica insistendo unilateralmente sul mantra della governabilità a tutti i costi, che dovrebbe risarcire a usura l’elettorato della sua perdita di rappresentatività e far chiudere gli occhi sull’insipienza costituzionale di chi ha licenziato questo obbrobrio. Dall’immaginazione al potere del veltronismo post-sessantottardo all’incompetenza al potere di una Boschi caricata a molla, che ripete a menadito la lezioncina appena imparata in favore di telecamera tra mossette e supponente saccenza.

Ma i numeri nella loro realtà impietosa – quelli della risicata maggioranza parlamentare che ha bisogno di Verdini per sopravvivere e dei voti in transumanza verso le praterie dei grillini – hanno messo a nudo le prime crepe che rischiano di compromettere la tenuta del dispositivo di potere renziano. Il pericolo inavvertito è quello di una nemesi della storia che potrebbe rivoltarsi contro Renzi stesso. La retorica della rottamazione a tutti i costi, l’enfasi sull’azione spregiudicata e machiavellica, il personalismo esasperato a cui è stato legato a doppio filo persino l’esito del voto referendario, ricercato come legittimazione tardiva per un governo privo di un autentico mandato elettorale, possono rivelarsi in questa fase un fattore di debolezza.

Tanto più se si pensa a quanto sia fragile il consenso di cui Renzi è stato investito dai cosiddetti poteri forti. Che come si sa non rilasciano cambiali in bianco, specie dopo il tramonto dello spericolato avventurismo di Berlusconi, a lungo inamovibile perché padrone lui stesso di una potenza mediatica senza pari.  Lo dimostrano i malumori della stampa allineata, che invitano Renzi a una condivisione diffusa del potere che chiami in causa il Partito democratico in tutte le sue componenti nel rispetto della sua tradizione plurale e democratica, senza accontentarsi di soluzioni rabberciate e di breve respiro – vedi ancora Verdini. La revoca sarebbe già scattata se non fosse che l’alternativa a Renzi, come lui stesso va ripetendo di continuo, davvero non esiste, a meno di non voler consegnare mani e piedi il paese al Movimento 5Stelle.

Il grillismo non è che l’altra faccia, speculare e opposta, del renzismo. Lo si nota dalla riduzione degli spazi di democrazia all’interno di un partito trasmutato nella consistenza liquida di un movimento in perenne fervore giacobino, dalla prospettiva politica di corto respiro, dall’assenza di una grande idea condivisa che rafforzi il senso d’appartenenza a una comunità coesa, dalla ricerca spasmodica di alleanze strumentali. Il contenitore grillino si è dimostrato quasi soltanto capace di intercettare il voto post-ideologico per dar vita a un continuum di posizioni disparate, accomunate dall’ostilità antisistema e riluttanti a lasciarsi comporre in un quadro unitario, a parte l’eccezione, che è doveroso rammentare, di alcune buone ed efficienti amministrazioni locali. Le genuine aspirazioni a migliorare la civile convivenza sul piano locale e periferico sembrano purtroppo essere soverchiate da spinte centrifughe individualistiche, motivate da una radicata sfiducia nella classe politica, che trovano sfogo nella protesta fine e se stessa e nell’evocazione di un nemico da abbattere. Se per Grillo è la casta al potere avida e autoreferenziale, per Renzi è il populismo che ci trascina verso derive incontrollabili. È confortante sapere che qualcuno pensa in vece nostra facendosi carico delle nostre inquietudini in cambio di favolette rassicuranti.

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