Dalla Tavolata dei Pani agli altari con gli alimenti: oggi visita alle Cene di San Giuseppe

È possibile da oggi visitare le 27 cene di San Giuseppe allestite a Gela. La novità di quest’anno riguarda le tavole per i poveri apparecchiate nelle chiese di Gela. Tra queste quella destinata ai poveri della Piccola Casa della Misericordia.

“Cena ricca di significato e valori importanti”, ha detto don Pasqualino di Dio che stamani ha inaugurato e benedetto la Cena ricca di alimenti e la tavolata dei pani allestita nel Chiesa Sant’Agostino. La tavolata dei pani di San Giuseppe è una tradizione ripresa dal Medioevo. L’esposizione di 52 forme di pane è stato allestito con sette gradoni che rappresentano le sette gioie e i sette dolori di San Giuseppe, arance e limoni. In origine, infatti come avviene ancora in alcune parti della Sicilia, la tavolata in onore del Santo prevedeva solamente la cosiddetta “Cena dei pani” con diverse forme, ognuno dei quali rappresenta un aspetto simbolico della vita del Cristo, di San Giuseppe e della Vergine Maria.

Le origini della Cena di San Giuseppe si perdono nel tempo, ma il rito, che si tramanda di generazione in generazione, conserva ancora il valore della tradizione e continua a testimoniare il fascino incantato della spontaneità dei cuori e della nobiltà dei sentimenti verso i fratelli in difficoltà.
Con l’allestimento della “Cena” si scioglie una promessa fatta al Santo per grazia ricevuta, si assolve a una richiesta fatta dallo stesso Patriarca in sogno, si adempie un voto fatto per fede e si segue la tradizione che ha, da sempre, un cerimoniale, fatto di gesti, preghiere, canti e pietanze legate ad una simbologia assai complessa.

«La Cena di San Giuseppe, folklore e rito insieme, è una dimostrazione esteriore di religiosità autentica, spontanea, singolare e piena di valore antropologico, che si arricchisce con la solidarietà e la fratellanza insite nella natura sociale di ogni uomo.

Tutto ha inizio dopo le feste natalizie, quando coloro che hanno fatto il voto iniziano la questua penitenziale, attraverso cui si raccolgono fondi per l’acquisto del materiale utile all’allestimento della Cena e dei generi alimentari che verranno poi consegnati a tre famiglie povere: in passato, quando il voto era fatto pubblicamente, la raccolta porta a porta per le strade della città veniva fatta a piedi scalzi.

L’allestimento della Tavolata, che richiede parecchi giorni di lavoro, coinvolge tutta la famiglia e gli amici: gli uomini montano l’impalcatura di legno, rigorosamente composta di sette gradini, che rappresentano le sette gioie e i sette dolori di San Giuseppe; le donne, invece, preparano le pietanze e predispongono con cura e creatività la sala, ornandola con lenzuola di filo, tovaglie di pizzo, fiori e decorazioni varie. La fatica dei preparativi viene offerta come tributo d’amore alla Famiglia di Nazareth

.
Le pietanze della “Cena” possono essere cotte o crude, in base ai piatti proposti. Nel rispetto della Santa Quaresima, in cui solitamente cade la solennità di San Giuseppe, si evita la carne. Oggi, si è diffusa l’abitudine di mettere in tavola solo alcune pietanze della tradizione gelese: l’uovo sodo, la pasta con i legumi, tradizionalmente chiamata “a pasta co’ maccu”, il misto fritto di pesce e i carciofi farciti con mollica di pane, olio, aglio e prezzemolo, la frittata, l’arancia, il limone, il vino e il pane.

Il 18 marzo, a mezzogiorno, tutto deve essere pronto per l’apertura e la benedizione della “Cena” da parte del sacerdote e, da quel momento, inizia il lungo pellegrinaggio dei fedeli che fino a notte fonda visitano le tavolate in giro per la città, e a cui vengono offerti, in segno di ospitalità, ceci, fave e pane, simbolo dell’abbondanza.
In tarda serata si recita il Rosario o il Sacro Manto di San Giuseppe, accompagnato da antiche preghiere tradizionali in dialetto nell’attesa che, come la tradizione vuole, irrompa nella casa “a palummedra”, una falena che per i fedeli cristiani rimanda alla colomba dello Spirito Santo e, dunque, alla compiacenza del Cielo. La notte continua con un momento di festa e di condivisione, durante la quale, in passato, tra un ballo e un altro, si formavano coppie di fidanzati; per questo motivo, San Giuseppe è invocato anche come u “Patri de schetti”, protettore cioè dei single.

Per cogliere il profondo valore religioso delle Tavolate di San Giuseppe bisogna comprendere il simbolismo del pane e dei dolci, che richiamano il rapporto tra l’uomo e Dio e rimandano alle meraviglie del Creato, secondo un criterio allegorico ben definito. La tradizione, vuole infatti, che abbiano forme particolari e sono dedicati alcuni a San Giuseppe, di cui raffigurano gli attrezzi da lavoro (bastone, serra, martello e scala), altri alla Vergine Maria (la stella, il cuore, la luna e la palma), altri ancora al Bambino Gesù (il sole, la mano, la croce, il gallo, e il cestino). Non possono mancare nella Tavolata le primizie di stagione.

Il giorno della Solennità di San Giuseppe, dopo aver partecipato alla Messa dei Patriarchi nella Chiesa di Sant’Agostino, i tre poverelli raffiguranti la Sacra Famiglia, solitamente vestiti con costumi d’epoca, si avviano verso le case dove sono state allestite le Tavolate, e dopo aver bussato ed essere stati rifiutati per ben due volte alla porta della famiglia presso cui saranno ospitati, gesto che rievoca il rifiuto in terra d’Egitto, bussano per la terza volta ed entrano, a mezzogiorno in punto, nella sala dove è stata allestita la Cena, al grido festante e gioioso di “Viva Gesù, Giuseppe e Maria”, dando così inizio al pranzo.
Colui che interpreta San Giuseppe tiene in mano un bastone che termina con dei gigli, in ricordo del miracolo che, secondo i Vangeli Apocrifi, avrebbe consentito di individuare Giuseppe quale sposo della Vergine Maria.
A lui spetta il diritto di governare il rito, ovvero decidere quando finire di mangiare la pietanza battendo tre volte la forchetta sul bordo del suo piatto. A questo segnale, devono smettere di mangiare e passare alla pietanza successiva, servita dai componenti della famiglia; è tradizione, ma solo con il consenso di San Giuseppe, offrire dei dolci ai fedeli. Alla fine del pranzo, dopo un breve momento di preghiera, i tre poverelli portano via con sé tutto ciò che è rimasto. Il rito si conclude con l’offerta a tutti della tradizionale pasta con i legumi, chiamata “a pasta che virgineddri”. »
(don Pasqualino di Dio – Rettore di Sant’Agostino in Gela)