Don DeLILLO. Rumore bianco: paura della morte

Ambientato in una cittadina americana del Midwest, “Rumore bianco” racconta in prima persona la storia del professore Jack Gladner, che pur non conoscendo una sola parola di tedesco, nel campus universitario dove egli è preside del dipartimento di studi hitleriani, si è guadagnato la fama di grande studioso del famigerato dittatore. Alle spalle ha una serie di matrimoni falliti, diversi figli che in parte vivono con lui, risposato recentemente con la vitale e corpulenta Babette, perennemente a dieta, madre di due ragazzi: Wilder, il più piccolo della famiglia che non sa nemmeno parlare, è appassionato di oggetti e di avvenimenti insignificanti che osserva con grande interesse; L’adolescente Heinrich, che oltre a essere bravo in chimica e anche attratto dagli avvenimenti catastrofici, l’importante che ci siano abbastanza vittime.

Nella prima parte il romanzo è imperniato su scene di vita quotidiana, fra rituali viaggi al supermercato e tra uno scaffale e l’altro incontri e discussioni, abbuffate collettive davanti alla TV, jogging per combattere l’obesità e le interminabili discussioni con gli adolescenti, ma quello che domina su tutto è la presenza, udibile e impietosa, degli apparecchi di comunicazione, degli elettrodomestici, dei programmi radiotelevisivi, che continuamente interferiscono, con la loro dittatura sonora, un rumore bianco, nei dialoghi fra i personaggi. Murray Jay Siskind ex giornalista sportivo e collega di Jack, ha un ruolo centrale, nel campus è un’autorità in fatto di banalità e frivolezze, ossia in tutto quello che ha a che fare con la cultura di serie “B” come la pubblicità, la TV spazzatura ecc.

Nella seconda parte del romanzo, una nube tossica, causata da una cisterna ferroviaria, costringe ad una frenetica fuga verso Ovest in automobile tutti gli abitanti della cittadina, Jack non appena si ferma in una pompa di benzina rimane esposto alla nube di Nyodeme D, ed è costretto a fare i conti con l’idea della morte.

IL ROMANZO DOPO LA CATASTROFE. Nelle due parti la costante paura della morte ossessiona Jack e Babette, perennemente tormentati dalla domanda: “chi morirà prima”, nella terza parte si impadronisce di Jack, e il romanzo diventa una lunga riflessione sul tema della paura, della morte ma soprattutto sull’incertezza del futuro. Jack viene a conoscenza del tradimento della moglie, lei confessa di averlo fatto solo perché terrorizzata dall’idea della morte, e di essersi offerta ad un industriale farmaceutico per avere accesso al psicofarmaco sperimentale Dylan per aiutarla ad eliminare la paura, perché era stanca di sentire continuamente quel rumore bianco assillante e assordante della morte. Jack cosa farà per impossessarsi del farmaco?

Nel romanzo c’è il ritratto della società americana contemporanea, disumanizzata e in un certo verso incomprensibile, fatta di stupidità e di miseria morale travolta dalla tecnologia e dalla religione delle merci, la famiglia del protagonista è l’emblema di questa civiltà ormai esausta, che si circondata di oggetti inutili solo per colmare i vuoti di idee e di valori. Il romanzo si apre, con l’arrivo al campus degli studenti che dalle loro station wagon scaricano una serie infinita di oggetti, simbolo della storia americana recente, come scatole di dischi, personal computer, piccoli frigoriferi, articoli sportivi, pillole e strumenti anticoncezionali, droghe e chiudendo l’enumerazione, in un modo significativo, con le mentine “Mystic”, termine che evoca la soddisfazione di un bisogno di natura religiosa o soprannaturale.

In tutto il romanzo il tema del sacro legato ai consumi è largamente ribadita nella teorizzazione di Murray, ma erompe anche direttamente dall’inconscio dei personaggi come ad esempio Babette, quando nel sonno pronuncia come un presagio il nome di una marca automibilistica. La presenza delle merci e della loro immagine, elogiata dalla pubblicità, si diffonde nella vita delle persone a tal punto che non è più possibile fare esperienze di realtà incontaminata, è alterata anche la percezione delle cose e l’immaginazione è un luogo ampiamente abitato dalla tecnologia.

Don DeLILLODon DeLillo voleva intitolare il romanzo Panasonic e in una intervista spiega il motivo di questa scelta: “La parola ‘panasonic’, divisa nelle sue parti costitutive — ‘pan,’ dal greco, che significa ‘tutto’ e ‘sonic,’ dal latino sonus, cioè ‘suono’ — mi sembra un titolo che suggerisce quella saturazione sonora assolutamente vitale per il romanzo…”. L’azienda giapponese, fondata da Konosuke Matsushita, non lo ha permesso.

Don DeLillo, “la voce più eloquente della letteratura americana” non è un recluso totale come Thomas Pynchon o Salinger, ma ha scelto la via dell’invisibilità relativa. Poche fotografie, interviste concesse con prudenza e con poco entusiasmo, preferisce che siano i libri a parlare di lui.
Sappiamo solo che è nato e cresciuto nel Bronx nel 1936 e che è di origine italiana, ma non si sente legato alle sue origini italiane, che considerava la scuola una gran noia è una perdita di tempo, adorava invece il basket e il calcio, che adesso è sposato, senza figli, e che vive da qualche parte nel New Jersey.

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