Depressione, farmaci e suicidio: lettera aperta ai tuttologi.

Elizabeth Wurtzel è una scrittrice e critica musicale americana. Laureata ad Harvard, ha collaborato per riviste come Rolling Stone, The New Yorker e New York Magazine. Nel 1994 pubblica la sua autobiografia dal titolo Prozac Nation, in cui parla del suo rapporto con gli antidepressivi.

Avverte i primi sintomi all’età di 10 anni. Inizialmente devono essere dovuti al totale allontanamento del padre e all’iperprotettività della madre. “Sin da quando ero piccola, mia madre ed io uscivamo insieme. Non mi trovavo con molti dei miei compagni di scuola. Pensavano fossi strana, così mi facevano sentire estranea.  Mia madre ne approfittò, spingendomi a fare recite scolastiche, gare di spelling, a studiare, scrivere, musei, concerti e ancora scrivere. Mi convinse che tutto ciò mi avrebbe portata al Santo Graal: Harvard. Un posto dove sarei stata circondata da gente con cui avrei avuto qualcosa in comune.” Dal bestseller nel 2001 il regista Erik Skjoldbjærg trae un film distribuito solo in Norvegia, che vede Christina Ricci nei panni della protagonista. Un’interpretazione che riflette alquanto autenticamente gli stati d’animo della Wurtzel.

Si parla di depressione atipica. Sapete cos’è? Diversamente dalla depressione così come pensiamo di conoscerla, chi ne è affetto non manifesta subito reazioni negative. Sarà euforico dinanzi a eventi positivi, ma alla prima avversità sarà alienato e paralizzato in un vortice di sentimenti contrastanti. Subentreranno allora ansia, terrore, avvilimento. Passerà dall’insonnia notturna all’ipersonnia diurna, cambierà il livello di appetito e la percezione del proprio corpo. Poi cambierà l’umore, diventerà aggressivo per poi tornare la persona migliore che ci sia.

Per Elizabeth il Prozac risulta essere l’unica via alternativa al tagliarsi le vene, a prezzo di rinunciare a uno stato d’animo che non sia neutro e apatico. Una storia che riflette gran parte dei casi di depressione: spesso ci si ammala, si finisce in terapia per i problemi degli altri. Non basta: per quanto sia trasparente la maschera che stai indossando, non impedirà a chi ti circonda di tapparsi gli occhi.  “Viviamo tutti nella nazione del Prozac: Stati Uniti della Depressione.”

E quindi dobbiamo dire sì o no ai farmaci? Troppo facile giudicare un problema dalla superficie, forse ci sono pillole ben più amare da ingoiare. Forse ci sono psichiatri dalla prescrizione facile e psicologi che piuttosto che illuminarti non ti diranno nulla che tu non sappia già. Stessa predica di un genitore iperprotettivo o di un parente lontano, eppure spesso sono proprio loro la causa delle tue crisi esistenziali.

Nessuno sapeva che la mia amica Janis, poco più che maggiorenne, fosse ricorsa al Cipralex pur di affrontare la società. Molti non calcolano che la percezione del proprio corpo spesso è legata alla percezione del mondo esterno, mentre il cibo e il vomito diventano un’allegoria delle tue battaglie. Già anni prima Janis l’aveva constatato sulla sua pelle, ma non lo diceva a nessuno. Non vi racconterei questa storia, ma c’è ancora gente che, pur di non pesarsi la coscienza, continua a credere che i suicidi avvengano per colpa di giochi online che probabilmente nemmeno esistono.

Prendiamo 13 Reasons Why, serie piena di stereotipi adolescenziali che hanno perso credibilità negli anni ’80. Solitamente un adolescente comincia a fumare, si taglia, ricorre all’uso di droghe e alcool, conosce i disturbi alimentari e quelli del sonno. E questi, contrariamente al suicidio, non sono gesti che richiamano immediatamente l’attenzione.

Poi però ho visto quella sensazione di inferiorità, quel bisogno di sentirsi apprezzati, ascoltati, compresi. Ho visto quel bisogno interessato di avere accanto un amico disinteressato. Vi svelo un segreto: arrivati al liceo, diventa imbarazzante parlare di bullismo. Nessuno sarà tuo bullo se tu non ti atteggi da vittima.  E se c’è una cosa che un problematico odia, è passare per vittimista. Ma in fondo, chi è che veramente odia le attenzioni? Quindi no: i vostri figli, i vostri alunni, i vostri amici non si confideranno facilmente.

“Alla vostra età non sapete nemmeno cosa siano i problemi.” Io dico che spesso si pensa di avere le risposte a domande che in realtà non ci si è mai realmente posti. Hanna Baker aveva smesso di sentire emozioni. Semplicemente non le importava che il mondo le scorresse davanti e in questo Janis le è simile. Fondamentalmente, Hanna era già morta. Si era rivolta a gente che aveva le risorse per aiutarla, ma le avevano detto di dimenticare tutto e andare avanti. Lo dicevano anche a Janis e ripeto: Hanna Baker aveva smesso di sentire. Un branco di idioti illusi che provano a metterti giù non costituiscono il malessere di base, solo una seccatura di contorno. I loro immaturi complessi di inferiorità rendevano Janis superiore, eppure la cosa le pesava.

Risucchiato in un vortice, sai che devi uscirne fuori ma sei talmente dentro che puoi solo restarci. È così che ci si sente. Senti i vampiri che ti stanno risucchiando la linfa vitale e prima o poi anche tu diventerai uno di loro. Un fantasma infesta la stanza, ma forse sei tu stesso. Lo sai che devi alzarti, te lo ripeti, ma è come se l’anima fosse ormai uscita dal tuo corpo. Grigio-blu.

Tuttavia, Janis aveva capito che non aveva più tempo per giocare alla ragazza interrotta. Per trovare risposte si era rivolta alle ultime persone da consultare. Al liceo gli stessi insegnanti la prendevano in giro perché non sapeva gestire i ritmi del sonno. Dormire era una causa di rigetto automatica del proprio corpo, un nuovo modo per tapparsi gli occhi. Non riusciva a controllarlo e i farmaci avevano solo contribuito a peggiorare.

Ma quando tutto era ormai passato aveva capito che era il tempo di rialzarsi. Doveva esorcizzare le sue paure e per questo le servivano altri farmaci. Lo Xanax e Halcion scacciavano i demoni dell’ansia, lo Zoloft faceva il giorno durante il buio. La calma apparente però aveva lasciato spazio a nuovi spettri che non sapeva definire. Per riconoscere le sue emozioni e imparare a reagire ha ben pensato di interrompere la cura un’altra volta. Ed eccola investita di nuovo contro il vortice. L’appetito passa per settimane, e compaiono i primi sfoghi cutanei. Riconosci solo rabbia e umiliazione e l’unica arma a disposizione diventa l’autolesionismo.

Ma ogni volta che ne vieni a capo ti senti una rockstar. Dopo tutto era ancora viva e voleva credere in gente che spesso incespica e si depista. Dopo tutto non c’era niente di più bello che essere Janis col suo piccolo mondo. Una lotta continua, per sé stessa e per pochi altri, anche se non l’ascoltano.

Concludo con un appello: non prendete mai nulla e nessuno per scontato. Imparate a conoscere l’empatia e a farvi un’ulteriore domanda prima di dare una risposta. Detto cio, benvenuti nella vostra cassetta (cit.)