Diffamazione e diritto di cronaca. Il caso Messinese

Il sindaco Messinese ha querelato il noto giornalista Paolo Liguori per diffamazione aggravata. La frase incriminata riguarderebbe la motivazione avanzata dal direttore del Tgcom 24 a sostegno dell’espulsione di Messinese dal movimento 5 stelle. Liguori, secondo l’accusa, avrebbe fatto riferimento a un legame tra il sindaco espulso e la criminalità organizzata. La querela che ha dato il via alle indagini preliminari a oggi concluse, venne sporta da Messinese solo a seguito di una sua richiesta di replica e smentita, rimasta inevasa.

Nel caso che ci occupa ricorrerebbe un’ipotesi doppiamente aggravata del delitto di diffamazione: da un lato, perché commesso con l’ausilio di un mezzo di comunicazione di massa; dall’altro, perché colpisce il rappresentante di un organo politico, quale è il Sindaco di una città.

Il reato di diffamazione tutela l’onore e la reputazione sociale di cui gode un soggetto al cospetto della sua comunità. E’ evidente che quanto più il soggetto in questione è conosciuto dalla popolazione per il ruolo che svolge, tanto più la diffamazione si connota di gravità sociale e il suo contrasto si caricherà proporzionalmente di utilità sociale.

Una delle scriminanti del reato di diffamazione è l’esercizio del diritto di cronaca e critica, riconosciuto dalla stessa Costituzione all’art. 21. La giurisprudenza ormai si è assestata nel qualificare le caratteristiche necessarie e sufficienti al diritto di cronaca per qualificarsi come scriminante del delitto di diffamazione.

Il giornalista dovrà rispettare innanzitutto il dovere di verità sul fatto narrato, quantomeno mantenendo la possibilità di offrire la fonte da cui ha appreso la notizia; sarà in aggiunta necessario che la notizia goda di un interesse pubblico e infine che vengano utilizzati termini che rispettino il principio della continenza. Non saranno pertanto ammesse offese personali ed espressioni volgari.

Pur non conoscendo gli atti giudiziari né quelli che a sua difesa il suo legale appronterà, l’affermazione di Liguori sembrerebbe allo stato attuale priva di reale fondamento, e pertanto suscettibile di condanna per diffamazione, tranne che il giornalista riesca a portare a suo sostegno la prova della sua affermazione, citando quantomeno la fonte, più o meno attendibile che sia.

Se questo è un caso in cui l’offesa sembrerebbe di palmare evidenza, ci sono molti altri casi in cui la minaccia di querela o la querela stessa vengono utilizzate come strumento per stemperare o addirittura tacitare il dissenso, ostacolando di fatto il lavoro di informazione e di documentazione.  Ciò accade in special modo quando il dissenso parte dal basso e si rivolge contro gruppi di potere forti. Emblematico su tutti fu il caso delle slot machine scoppiato nella primavera del 2013 quando un collettivo pavese “senza slot”,  attivo nell’ambito della sensibilizzazione sulla problematica del gioco d’azzardo liberalizzato, fu querelato da Confindustria che ha agito a tutela degli imprenditori del settore. Alla fine gli attivisti ebbero la meglio ma resta forte il messaggio che i poteri forti volevano far passare, anche attraverso la soggezione rappresentata  dalla disponibilità di un pool agguerrito di avvocati di cui è spesso sprovvisto il singolo.

Questo perché è a tutti ormai chiaro il ruolo rivestito dai mass media nella società, in grado di influenzarne gusti, bisogni, desideri, opinioni. Nella loro funzione di canalizzatori del pensiero unico, essi incarnano un’inesauribile fonte di potere, come dimostra il colossal “Quarto potere” di Orson Welles, giustamente passato alla storia, incentrato sull’enorme capacità di influenza, pervasiva e perversa, esercitata dai media.

Ecco perché anche quando una querela o una citazione a giudizio è palesemente infondata, essa avrà comunque l’effetto di introdurre elementi di pressione verso il destinatario o i destinatari della stessa provocandone spesso l’autocensura preventiva.  Tale riflesso è tanto più prepotente quanto più grande è la sproporzione tra le parti in causa, sia in termini di mezzi economici, sia in termini di potere mediatico.