DOSSIER: Gela, musica e storie di identità – PARTE I

Sono passati quattro anni dall’ultima Jam Session tenuta alla sede Arci – Le Nuvole, lo stesso luogo dove nel 2010 è nato il movimento Meet&Music. In questi suoi due anni di pausa, il panorama underground ha sviluppato un forte stato di catalessi. Tuttavia, venerdì 24 Febbraio con un gruppetto di amici organizziamo un evento musicale presso la sede in via M. Ascoli.

Approfitto dell’occasione per ripercorrere le tappe della scena musicale a partire dalla prima metà degli anni ’90.  Anticipo per le nuove generazioni: leggerete il racconto di una Gela che non conoscete. Perché questa è la storia di una comunità di giovani-adulti sopravvissuti agli anni più crudi della mafia, creando i loro piccoli mondi di arte, spettacolo e risate.

Ma partiamo da tempi più recenti.

Solo alcuni anni fa, l’idea di formare un circolo di artisti nasceva dall’esigenza di mettere insieme musicisti che erano sì in tanti, ma spesso divisi. Per cui era necessario unire quelle passioni isolate nel sentirsi elitarie nei gusti e negli strumenti, e Meet&Music è riuscito a colpire il bersaglio.

Ricordo infatti quando, superati gli impedimenti nel radunarsi e mettersi in gioco, si cominciò a discutere su come si potessero ampliare le scalette e gli stili accostando passionali adolescenti a performer più maturi ed esperienti. Fu così che venne utilizzato il live a tema: “Punk vs Grunge”, “Colonne sonore”, “Italians do It better”, ecc. Superate le porte dell’Arci, vennero accolti volta in volta in diversi locali della città, scontrandosi con le titubanze di alcuni fan del metal costretti a limitare le performance attenendosi al gusto dei clienti.  Ciononostante, il pubblico reclamava quelle serate impropriamente chiamate “jam session” , termine che solo in quegli anni tornò in uso in città. Le  vere jam erano quegli intervalli di libera improvvisazione che Meet&Music presentava come “liber session”. Nate dai jazzisti degli anni ’20 ed espanse in varie sottoculture, ma troppo innovative per i gelese.

In realtà, non erano che i frammenti riuniti da chi, da troppo tempo, vedeva la città barcollare e progressivamente corrodersi.

Le vere jam erano una regola fissa nei covi che dagli anni ’90 fino a metà degli anni 2000 pullulavano di giovani e brillanti artisti, concentrati principalmente sul lungomare. Qualcuno ricorderà, ad esempio, di quando Lucio Dalla giunse in concerto da una barca. Gratuitamente.

Ad ogni modo, spesso in attività vi erano  club privati (come La Mulanegra e l’indimenticabile Spaghetti House) che si selezionavano l’ambiente. Tuttavia, tra cambi di nome e di gestione non mancavano pub dove poter esibirsi. Citandone alcuni: Axis, Fuorivano,  Dorian Gray e Red Devil. Quest’ultimo fu inaugurato nel 1993 dai miei genitori e altri due soci, e vi era abbastanza spazio sia per i tavoli che per le band. Come cimelio del locale mi rimane una collezione DeAgostini  di videocassette sulla storia del rock, per cui posso immaginare quell’atmosfera di cui non ricordo quasi nulla. Per organizzare dei live, mio padre mise a disposizione la sua batteria e per le serate all’aperto utilizzò un semirimorchio come palchetto. Nei volti di chi ripercorre quegli anni traspare esaltazione, nostalgia e in parte malinconia verso il presente. Mi domando se parte di quell’euforica grinta passata potrà mai rinascere in un vano futuro, possibilmente non troppo lontano. Ciascun locale aveva raggiunto una propria identità, ma non quel tipo di identità della quale adesso ci si appropria auto-etichettandosi attraverso una pubblicità compulsiva nei social network. Parlo di quel tipo di identità genuina che conquistavi mano a mano che la clientela faceva del posto una seconda casa e non una passerella di mani che reggevano cocktail a sipario aperto. In fondo, essere artista è anche questo: offrire una casa attraverso ciò che crei.

Ai tempi, Massimo Paino era il chitarrista dei Dèjà Vu, e ad oggi gestisce un negozio di strumenti musicali. “Sicuramente un tempo era tutto molto più semplice. Una sera improvvisammo di andare a Macchitella  e suonare, in mezzo alla gente,  solo perché ci venne voglia. Molti ragazzi adesso accantonano la loro passione per via di stupide antipatie che si creano, perché non si sentono all’altezza, o semplicemente pretendono troppo e si precludono delle opportunità. Noi sapevamo di non essere bravi, ma non ci importava perché contava solo che la musica ci unisse.”, racconta “Suonavamo alla Creperia, al Red Devil, Jackie O’, al Caverna Net, al Planet… Gli spazi di certo non ci venivano negati. Adesso  conto tantissimo sui più giovani,  il vero futuro musicale della città: bisogna spronarli  e trascinarli.”

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28 Aprile 2000 – I Dèjà Vu live al Red Devil

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Locandina originale dei Dèjà Vu

Ma veramente si era più propensi a collaborare? Mi risponde Valentina Cassarino, ex vocalist degli Hyra (poi Lorre), co-founder di Meet&Music e attualmente vocalist dei Bye Bye Japan: “Le cose erano strane. Essere del classico o dello scientifico cambiava. Forse la musica univa, ma c’era sempre chi usciva voci su presunte competizioni tra i vari membri delle band. Facevamo il nostro. Era già difficile lottare coi pregiudizi dei genitori nei confronti della passione che ci teneva chiusi in sala prove tutto il sabato pomeriggio. Ma il pubblico rispondeva bene.Forse si stava meglio perché si stava peggio.”

Gianni Cravana, bassistae artista a tempo pieno invece esprime: “Vent’anni fa il pubblico faceva da cornice alle serate musicali, partecipe e coinvolto, stava lì per te… e tu che suonavi lo sapevi, lo percepivi. Oggi sei tu musicista a fare da contorno alla gente che affolla i locali, e spesso ti senti anche ‘di troppo.’”

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 Nei mitici anni ‘90, anche lui apparteneva al grande fenomeno culturale “Tam Tam – Nuovi spazi per la cultura”. Il movimento nacque come comitato spontaneo ad opera di Emanuele Tuccio, Vincenzo Castellana, Rocco Cerro, Monica Bevelacqua, Rino Anzaldi, Saverio Bunetto e tutti gli altri nomi riportati nel logo qui sopra. Come potete leggere nella stessa immagine, una serie di manifestazioni-concerto vennero programmate per attirare l’interesse politico verso la riapertura del Teatro Comunale. Sì, ci riuscirono.

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Retro di una cartolina del movimento Tam Tam – Nuovi spazi per la cultura

Le cartoline riassumevano esaurientemente come l’energia e la tenacia degli aderenti al progetto non si sarebbe vanificata tanto facilmente. Magari le rivoluzioni non vanno attese, magari per raggiungerle bisogna semplicemente attuarle.

Fine prima parte.

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