Drogatevi di nostalgia con T2 Trainspotting.

Era il 1996 quando Trainspotting sconvolse il pubblico e la critica di tutto il mondo. Siamo nel 2017 a pochi giorni dall’uscita di T2 Trainspotting adattamento del romanzo Porno di Welsh e capitolo risolutivo di un film divenuto una sorta di totem generazionale. Il primo Trainspotting si era chiuso con Mark (Ewan Mc Gregor) che dopo aver messo a segno l’affare con i suoi amici fugge ad Amsterdam con il bottino e lascia tutti, tranne Spud, a bocca asciutta.

Sono passati ben vent’anni e la società è cambiata radicalmente rispetto ai tempi in cui i quattro amici di Edimburgo si aggiravano per le vie della città in preda agli effetti devastanti dell’eroina e di qualsiasi altra droga capace di oscurare paure ed ansie di una post-adolescenza al limite.

Il film comincia aprendo finestre sulle vite degli ormai ultraquarantenni di Edimburgo. Mark si è fatto una nuova vita ad Amsterdam, niente droga, fa il contabile, niente figli, un matrimonio e un divorzio in corso, SickBoy (Jonny Lee Miller) si decolora (male) i capelli, tira avanti a furti, la cocaina è la sua più cara amica e frequenta una ragazza dell’est che farà da snodo a questo secondo e ultimo capitolo. Begbie (Robert Carlyle) è stato condannato a vent’anni per motivi che solo alla fine si scopriranno, è riuscito ad evadere ed è pieno di rancore nei confronti di Mark. Spud (Ewen Bremner) è rimasto aggrappato al passato, all’eroina e a tutto ciò che da quel mondo deriva.

Sono inevitabilmente cambiati come cambiata è la società. Dimenticate la dirompenza del primo film, qui c’è tanta nostalgia. I protagonisti del primo film avevano una vitalità e una propulsione al futuro che questi del sequel non conoscono, è vero, sono passati vent’anni e dal confronto col passato, hanno capito che, per quanto vadano ripetendosi il mantra di scegliere la vita, sono nati col talento non per quella ma per la dipendenza.

Vi ritroverete davanti un altro monologo “Scegliete la vita”, aggiornato ai nostri anni, meno spontaneo a mio avviso. Il monologo del 96 era liberatorio, fu indimenticabile. C’era tutto ciò che un adolescente o un post adolescente può scegliere o non scegliere e diciamola tutta legittimava la scelta del non voler scegliere, c’era disillusione verso il futuro perché venduto e promesso dai media in maniera tanto infiocchettata quanto finta. In Trainspotting 2 l’idea dell’elenco è riproposta ma ha una spinta meno autentica. Perché? Avviene su richiesta. Poco spontaneo è anche Mark che ricalca la parte più famosa dell’originale, sembra quasi voler fare il verso a se stesso. Non convince l’elenco che è una serie di dettagli del vivere contemporaneo che quasi nulla hanno a che vedere con la denuncia sociale, sembra piuttosto una lamentela della sua vita e delle sue scelte.

I fantasmi di vecchie glorie soffocano le imprese di oggi in T2 Trainspotting. La sceneggiatura ha troppe false partenze per generare il giusto slancio, e oscilla tra commedia e interludi di sentimentalismo, pure Begbie da sempre il più iracondo soccombe alle smancerie. Boyle, il regista, ha incluso nel film una miriade di brevi clip dall’originale oltre ad avvenimenti, immagini e musiche che rimandano esplicitamente al primo capitolo, è una continua corsa alla memoria che compiace i fan ma che rende ovvia la distanza qualitativa tra i due film. Nonostante tutto c’è un alchimia in questo film che lo fa apprezzare, è quella tra gli attori poiché Boyle è riuscito a creare una storia di lealtà e amicizia.