Eclissi del lavoro e cielo nero sui diritti

Da occasione di festa il primo maggio da molti anni sembra essersi trasformato nel sentire comune nel pretesto per dare sfogo a impotenti livori e per cantarci su dietro le note emesse dai soliti concerti organizzati per l’occasione, di edizione in edizione sempre più noiosi e avvilenti. Proteste ritualizzate secondo lo stesso stantio copione ed entusiasmi posticci per star ormai decotte mascherano a stento la disincantata presa d’atto dell’inutilità di ogni forma di lotta e di protesta per migliorare la propria condizione lavorativa ed esistenziale. Se è il lavoro a definirci nella nostra individualità e a dotarci dei poteri, non solo monetariamente quantificabili, necessari in vista della nostra autoaffermazione nell’agone sociale, è agevole immaginare come il deteriorarsi della qualità del lavoro e della sua resa economica per chi lo presta eserciti un’incidenza difficilmente sottovalutabile sulla carne viva del proprio essere.

 

Le riforme del lavoro poste in atto almeno da un ventennio nei paesi dello spazio europeo hanno determinato uno svuotamento di senso del suo stesso concetto, fino a ridurlo al primordiale significato biblico di fatica, dolore e travaglio. Si è voluto creare ad arte uno sterminato esercito di manodopera precarizzata a cui sono stati sequestrati diritti e futuro ed eroso il potere contrattuale: in Italia, la riforma Biagi e il regime di deregulation da essa introdotto hanno determinato un’iperproliferazione di fisionomie occupazionali atipiche – co.co.co., co.co.pro, lavoro interinale, a intermittenza, prestazioni occasionali di vario genere ecc. –, tutte accomunate pur nella loro varietà dal duplice obiettivo di dividere la classe lavoratrice in gruppuscoli soggetti ognuno a una specifica disciplina giuridica e di garantire alle imprese un afflusso costante di forza-lavoro a buon mercato.

Il merito apparente riconosciuto al Jobs Act di Renzi, che ha messo ordine in questa giungla per mezzo dell’introduzione del contratto unico a tutele crescenti, è in realtà la foglia di fico che cela a stento la brutalità dell’ennesimo colpo inferto a un diritto sancito dalla nostra Costituzione, già del resto vanificata di fatto, per quanto attiene l’architettura dei poteri statali, dal combinato disposto del Parlamento monocamerale e della riforma elettorale. Il miraggio del posto fisso viene fatto sventolare come la carota che l’asino insegue incessantemente attraverso una lunga e umiliante corvée di rinnovi contrattuali che può coprire anche un ottennio. Alla minaccia del mancato rinnovo si aggiunge, a rendere più ricattabile il lavoratore, lo spettro del licenziamento per motivi economici, rimesso in toto alla discrezionalità del datore di lavoro. E tutto questo a fronte di un’assunzione a tempo indeterminato che è tale solo nella formulazione verbale, per di più abbondantemente foraggiata sotto forma di sgravi fiscali con i denari del contribuente a imprenditori per lo più restii a investire in innovazione e sviluppo. E per non oberare più del dovuto di lacci e lacciuoli il sacro totem dell’Impresa si è provveduto, con l’estensione del sistema dei voucher a pressoché tutte le forme di lavoro dipendente nel settore privato, a parcellizzare il tempo dei lavoratori in un pulviscolo di microattività sottopagate e mortificanti e a incentivare di fatto il nero.

 

L’ideale di libertà propugnato dagli odierni cantori del neoliberismo e dalle loro mosche cocchiere – politici ed eurocrati al soldo di lobbysti, economisti mainstream, soloni della stampa allineata – è ormai declinato a esclusiva utilità dei detentori dei mezzi di produzione. Libertà di arricchire senza vergogna alle spalle di masse ingenti di lavoratori ridotti a individui isolati che hanno persino dimenticato di essere titolari di diritti bisognosi di tutela, di devastare ecosistemi millenari, di saccheggiare interi stati con il pretesto della lotta al terrorismo, di spingere alla miseria le classi medie dei paesi sviluppati e di sfruttare sino alla morte i diseredati di tutto il mondo, di nascondere in paradisi fiscali i proventi delle loro attività, eludendo i residui meccanismi di redistribuzione del reddito che ancora tengono in piedi quel poco che resta di welfare. Ai lavoratori non resta altro, come diceva amaramente Marx, che la libertà di scegliere tra il portare la propria pelle al mercato per venderla al migliore offerente o il crepare di fame.