Emanuela Ventura: quando la danza muove i suoi primi passi di solo andata nell’impegno sociale. Art off limits a Gela.

Oltre all’espressione corporea, oltre il movimento stereotipato e automatico, la danza muove i suoi primi passi nel mondo del teatro riflettendo temi come l’immigrazione, la poetica di corpi che si muovono, ricordano l’orrore dei corpi annegati nel mare. Per la prima volta una performance di teatro-danza condotto da Emanuela Ventura e il suo straordinario corpo di ballo, nella città  di Gela: presso  il teatro Antidoto in occasione dello spettacolo di fine anno del Palacademy di Macchitella. Straordinario anche il lavoro di contaminazioni Hip hop dei new concept, diretto dal maestro coreografo Gabriele Izzia.

Qualcuno forse conoscerà e ricorderà la grande Pina Bausch una delle più grandi esponenti del  tanz theater. Lei  diceva: ”Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti, ma ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che cosa fare. A questo punto comincia la danza.

Fuori da ogni genere, dal ballettino di pliè e clichè, e da ogni corrente stilistica. Una danza  dell’anima, una danza libera che risveglia le coscienze, una danza che  utilizza il simbolo nel gesto più antico. Ecco la sfida ardua  di Emanuela Ventura,   giovane artista gelese trapiantata a  Roma che  ritorna con la forza , il coraggio, la speranza di far  conoscere una nuova  realtà, consapevole del corpo in movimento e di fare danza. Accogliamo il grande talento femminile. Lei, insegnante di danza formata all’Accademia nazionale di Roma, con laurea di II livello del biennio specialistico per la formazione dei docenti in discipline coreutiche, indirizzo danza contemporanea,  una performance che trae ispirazione e contenuto dal racconto del grande scrittore Erri De Luca  “Solo Andata”.  Una raccolta di poesia  tra politica, immigrazione e poetica, perduta tra le immagini di corpi danzanti tra le onde del mare. Un canto tragico che esce dalla stretta sfera della poesia, per raggiungere l’universalità di un linguaggio capace di dire l’indicibile orrore: corpi traditi, zuppi, sfiniti, morta salata del mare, sete che spinge a leccare l’ultima goccia di ruggine sulla carretta di legno, sguardi inanimati dove passa il groviglio delle nubi

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Coraggio Manuela  facci sognare, oltre che danzare.

“Li lasciammo annegare per negare”……Erri De Luca.

Non fu il mare a raccoglierci 
Noi raccogliemmo il mare a braccia aperte. 

Calati da altopiani incendiati da guerre e non dal sole, 
traversammo i deserti del Tropico del Cancro. 

Quando fu in vista il mare da un’altura 
Era linea d’arrivo, abbraccio di onde ai piedi. 

Era finita l’Africa suola di formiche, 
le carovane imparano da loro a calpestare. 

Sotto sferza di polvere in colonna 
Solo il primo ha l’obbligo di sollevare gli occhi. 

Gli altri seguono il tallone che precede, 
il viaggio a piedi è una pista di schiene.

Racconti di uno (brano)

Da giorni prima di vederlo il mare era un odore 
Un sudore salato, ognuno immaginava di che forma . 

Sarà una mezza luna coricata, sarà come il tappeto di preghiera, 
sarà come i capelli di mia madre. 

Beviamo sulla spiaggia il tè dei berberi, 
cuciniamo le uova rubate a uccelli bianchi. 

Pescatori ci offrono pesci luminosi, 
succhiamo la polpa da scheletri di spine trasparenti. 
L’anziano accanto al fuoco tratta con i mercanti 
Il prezzo per salire sul mare di nessuno. 
(…)

Notte di pazienza, il mare viaggia verso di noi, 
all’alba l’orizzonte affonda nella tasca delle onde. 

Nel mucchio nostro con le donne in mezzo 
Un bambino muore in braccio alla madre. 

Sia la migliore sorte, una fine da grembo, 
lo calano alle onde, un canto a bassa voce. 

Il mare avvolge in un rotolo di schiuma 
La foglia caduta dall’albero degli uomini. 

(…)

Vogliono rimandarci, chiedono dove stavo prima, 
quale posto lasciato alle spalle. 

Mi giro di schiena, questo è tutto l’indietro che mi resta, 
si offendono, per loro non è la seconda faccia. 

Noi onoriamo la nuca, da dove si precipita il futuro 
che non sta davanti, ma arriva da dietro e scavalca. 

Devi tornare a casa. Ne avessi una, restavo. 
Nemmeno gli assassini ci rivogliono. 

Rimetteteci sopra la barca, scacciateci da uomini, 
non siamo bagagli da spedire e tu nord non sei degno di te stesso. 

La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi, 
nostra patria è una barca, un guscio aperto. 

Potete respingere, non riportare indietro, 
è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata. 

(…)

Faremmo i servi, i figli che non fate, 
nostre vite saranno i vostri libri d’avventura. 

Portiamo Omero e Dante, il cieco e il pellegrino, 
l’odore che perdeste, l’uguaglianza che avete sottomesso.

Erri De Luca.