Il Femminismo e Pandora: ovvero della banalità

“Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?” questa la frase che troneggia nel manifesto della campagna pubblicitaria dell’azienda di gioielli Pandora.

Qualcuno ha pensato fosse una stampa riesumata dagli anni ’30, altri hanno sperato si scherzasse, altri ancora si sono indignati talmente tanto da scomodare il femminismo, il più becero sessismo e  il diritto delle donne ad avere pari opportunità e bla bla bla blabla e bla.

Il web però non lascia scampo e quindi la pagina ufficiale di Pandora è stata letteralmente assalita da “femministe” convinte inneggianti il rispetto per le casalinghe, la parità sessuale, la misoginia.

Ora, che il pubblicitario sia stato un tantino incauto nelle associazioni ci può anche stare, che si possa parlare di stereotipi va bene pure ma, veramente si può scomodare il “femminismo” per un manifesto?

Se apro il mio bel dizionario alla voce Femminismo trovo: Movimento di rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne; in senso più generale, insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica.

Quindi voi mi vorreste dire che il manifesto di Pandora mette in discussione i vostri diritti economici, politici,civili? Amiche, siete serie?  Vi sentite offese per cosa?

Mi sarei offesa,forse, se fossi stata un uomo.

Il manifesto in fondo parla a loro e gli dice che il più delle volte fanno dei regali natalizi ,e non, di pessimo gusto e dice anche della loro incapacità di trovare soluzioni in questo mare magnum di regalie per le donne, ci dice che hanno la necessità di essere aiutati, coadiuvati nella scelta.

Ma anche qui, si sta generalizzando. Ho conosciuto uomini in grado di comprare regali e fare sorprese senza ancoraggi vari ed eventuali.

Parlare di femminismo  in questa occasione è inadeguato perché sembra alimentare l’idea di un etichetta continua, di un filtro per il mondo attraverso una categoria.

Il “politicamente corretto” per forza mi innervosisce come mi innervosisce lo stesso femminismo che cataloga una pubblicità e due associazioni come sessiste.

Ingaggiare un dibattito così complesso con commenti di fuoco sui social banalizza e svilisce. Ciò non significa che non se ne debba parlare né che questa fantomatica parità sia stata raggiunta o che bisogna smettere di battersi per essa.

Battetevi ma con intelligenza.