Gela, alla ricerca di una valorizzazione che tarda ad arrivare

Immanis Gela, fluvii cognomine dicta. Scriveva, così, Virgilio nel suo capolavoro epico, l’Eneide.

Cosa rimane oggi di quella che un tempo fu patria di Archestrato ed Euclide, asilo di Eschilo e seggio di Ippocrate e Gelone? Si può ancora definire immanis questa terra celebrata per la sua popolazione, per i suo campi e per le sue bellezze artistiche e paesaggistiche?

Affermare che oggi la grandezza morale, intellettuale e politica di Gela viva soltanto nei libri potrà forse suscitare qualche polemica. Ma come giustificare, altrimenti, che una città dal grande potenziale turistico non sia riuscita a creare attorno a sé un circuito degnamente strutturato ed organizzato, così da inserirsi a pieno titolo tra le punte di diamante della Sicilia? Al contrario, piccole realtà hanno saputo attuare, con molto meno, politiche sapienti, in grado di fare delle proprie risorse un polo di attrazione per tutta l’Italia e non solo.

La valorizzazione dei nostri beni archeologici e monumentali è ancora lontana dalla sua concretizzazione. E purtroppo non sono sufficienti le iniziative lodevoli da parte di giovani volenterosi, di cultori e appassionati e di associazioni, se non sono supportate da investimenti finanziari e progetti di riqualificazione promossi dagli enti competenti. A essere chiamata in causa non è soltanto l’amministrazione comunale, il cui raggio d’azione si arresta a determinate procedure, oltre le quali scatta la competenza della Soprintendenza per i beni culturali di Caltanissetta e quella del governo regionale.

A meritare attenzione, oltre alle preziose testimonianze dell’antico passato, sono poi quelle opere realizzate in tempi recenti che, se fossero state ultimate e rese fruibili al cittadino, avrebbero sicuramente dato un valore aggiunto alla città.

Ci rechiamo a ispezionare una di queste. A farci da guida, il professore Nuccio Mulè, docente di Scienze in pensione che, da anni, è impegnato nella sensibilizzazione sulla questione della salvaguardia dei beni artistici e monumentali della città, dando alle stampe diversi lavori relativi al loro stato di conservazione.

Siamo nel vallone dell’orto Pasqualello, nei pressi della villa comunale. In quella che un tempo era una depressione naturale, circa 15 anni fa, sotto l’amministrazione Gallo, vennero avviati i lavori per la realizzazione di un anfiteatro. E’ possibile notare l’impianto idrico e di canalizzazione e quello funzionale all’illuminazione. La costruzione oggi si trova in uno stato di totale abbandono. Se non fosse per la recente operazione di diserbatura che l’ha riportata alla luce, questa struttura sarebbe rimasta ignota a molti. Un anfiteatro sommerso dalla vegetazione incolta. Dimenticato. Un anfiteatro fantasma.

Un luogo che avrebbe potuto rappresentare per Gela un punto di aggregazione artistico-culturale, sopperendo alla mancanza di quell’antico teatro greco rimasto sepolto. E, invece, ci ritroviamo dinanzi  a un copione fin troppo conosciuto. Servizi mai attivati e investimenti perduti.

Nella seconda metà del ‘700, venne costruito il borgo. Intorno al 1840 fu fatto realizzare un ponte ripieno che congiungesse la zona soprannominata “dei quattro canti” e l’area del convitto Pignatelli. A pochi passi dall’anfiteatro è possibile notare la condotta costruita sotto il ponte per far defluire le acque, oggi divenuta un serbatoio per i rifiuti più disparati. Sparsi nell’area verde circostante, troviamo sedie, ombrelli e vecchi stracci.

Proseguiamo, spostandoci in direzione di via XXIV Maggio, che in passato era il centro della zona di declivio che sfociava nell’orto Pasqualello. Incassata nel muro di sostegno tra Corso Salvatore Aldisio e via XXIV Maggio, la storica fontanella in pietra, denominata “A Santuzza”, risalente ai secoli XVII – XVIII.

Percorrendo a piedi i vicoli e le traverse del centro storico, il professore Mulè ci mostra quella che in epoca antica doveva essere l’area principale della città.

Il nostro itinerario prosegue in automobile per raggiungere il Monte Castelluccio, situato a sette chilometri da Gela, in contrada Cucinella-Spadaro, distante qualche chilometro dalla statale per Catania.

A costeggiare la strada che porta al castello federiciano, un dirupo divenuto un immenso deposito di immondizia. Sacchi contenenti rifiuti in plastica, copertoni, tubi, barattoli di latta utilizzati per vernici e pittura, bottiglie e fiaschi di vetro. Persino una scala e delle travi in legno. C’è di tutto in questa impressionante discarica a cielo aperto. Scendiamo dall’auto. E’ doveroso scattare alcune foto per testimoniare il profondo degrado e l’inciviltà che emerge da uno scenario come questo.

Arriviamo al cancello esterno che immette al sentiero in salita verso il Castelluccio. Il catenaccio è stato forzato e rimosso. La rete laterale distrutta. I paletti per l’illuminazione serale sono stati rimossi e rubati, così come i cavi in rame dell’impianto elettrico.

Di quelli che fino a qualche tempo fa erano uffici ben organizzati di ricezione e informazione resta ben poco. I vandali hanno devastato tutto, portando via ogni componente dell’arredo, sanitari compresi. Vetri distrutti, pareti spoglie e pavimenti ricoperti da calcinacci. La conta dei danni ha cifre elevatissime.

Gli uffici sono rimasti aperti al pubblico nel periodo compreso tra il 2000 e il 2006. In seguito a una prima azione vandalica, vennero destinate nuove somme di denaro per il ripristino e la messa in sicurezza dei locali. Le misure di prevenzione attuate si rivelarono insufficienti. Seguirono, infatti, altri episodi di devastazione. A causa dei tagli operati dalla Regione non fu più possibile garantire la presenza di una vigilanza ininterrotta per tutte le 24 ore e la ricostruzione degli uffici.

Entriamo nel castello. L’edificio è costituito da un piano terra, che prende luce da diverse feritoie e da alcune finestre, e dai resti di un piano superiore. Anche il cancello interno è stato forzato e sono state divelte e rubate porte e lastre in vetro degli infissi.

Il professore Mulè ci spiega come durante gli scavi effettuati dalla Soprintendenza nel 1987 si siano evidenziate diverse fasi di vita e una serie di profonde trasformazioni architettoniche di cui l’ultima, che doveva trasformare il castello in palazzo, è rimasta incompleta ed è rilevabile dalla sopraelevazione dei muri perimetrali e dalla centinatura dell’arco interposto tra la quarta e la quinta divisione.

Interessanti ritrovamenti si ebbero durante gli scavi effettuati nell’area del Castelluccio. Vennero rinvenuti bronzi, ferri e resti dei manufatti ceramici, databili tra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo.

Durante il nostro percorso, ci è stato impossibile visitare le Mura Timoleontee e l’Acropoli, da diversi giorni chiuse al pubblico a causa della questione del randagismo. Proprio in queste ore, amministrazione comunale e direzione del parco archeologico stanno discutendo su una possibile imminente riapertura dei siti.

Al termine di questa giornata, tiriamo le somme di quanto constatato. Un itinerario proficuo, che ci ha permesso di renderci conto da vicino delle problematiche che precludono la valorizzazione dei nostri beni culturali.

Da parte nostra, l’auspicio che chi di dovere non sia dimentico di tali risorse che, se ben custodite, potrebbero diventare volano per un futuro all’insegna del turismo e dello sviluppo di Gela. Se, ci auguriamo presto, questo avverrà, ci saranno grati gli antichi illustri a cui avremo risparmiato l’ingrato destino di rivoltarsi senza pace nella tomba.

 

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