Gela, Caltanissetta, Catania e ritorno. INTERESSI PUBBLICI E GIARDINETTI PRIVATI

Si narra che durante la visita di Mussolini in città i gelesi abbiano gridato: “Duce niente vogliamo Gela provincia e u bacinu muntanu”. In precedenza il governo fascista aveva elevato a provincia le città di Ragusa ed Enna, portando a nove le amministrazioni provinciali siciliane. Niente da fare, nonostante il regime avesse ridato a Terranova di Sicilia l’antico nome greco di Gela, i fasti passati non sono serviti a sottrarre Gela dalla “sottomissione” a Caltanissetta. Dopo, cominciarono gli anni della “speranza”. Nel 1946 lo Statuto autonomo della Regione siciliana aboliva le circoscrizioni provinciali, creando i liberi Consorzi  comunali, in questo modo Gela poteva ambire di stare a capo di un area vasta, rappresentare la guida del territorio centro-meridionale della Provincia. Insomma poteva finalmente prendere corpo il vecchio “sogno” gelese di essere capoluogo. Il momento topico sarebbe arrivato  quarant’anni dopo, dallo Statuto e della sua previsione, Gela sembrava finalmente  pronta a diventare la decima Provincia siciliana. Ma ancora una volta un destino cinico e baro si frapponeva all’attesa pluridecennale della popolazione gelese: nel 1986 nascevano i liberi Consorzi di comuni,  ma venivano denominati “Province regionali” e soprattutto restavano nove. Però Gela  è una città che combatte anche contro il destino, allora la battaglia riprende sotto la bandiera della “Provincia del Golfo”. Anni passati a fare proseliti, raccogliere firme per una proposta di legge regionale d’iniziativa popolare. Ancora una volta nulla, tutto vano, il parlamento regionale promette (minaccia) di  aggiustare ogni cosa, le province saranno abolite attuando lo Statuto. Nasceranno, per l’ennesima volta, i liberi Consorzi comunali: liberi ma non troppo, infatti nove erano e nove restano, sia pure sotto mentite spoglie. Sei si chiameranno liberi Consorzi comunali e tre si chiameranno Città metropolitane. E il vecchio sogno gelese? Quello di allearsi con le città con le quali pensa di avere maggiore affinità, di  guidarne lo sviluppo, di essere punto di riferimento per Niscemi, Piazza Armerina, per altri piccoli centri limitrofi e magari anche per Caltagirone? Svanito! E adesso la scelta: Catania o Caltanissetta? Al Consiglio comunale l’ardua sentenza. In realtà il Consiglio comunale ha già deliberato, all’unanimità, di staccarsi da Caltanissetta e un successivo referendum confermativo, previsto dal procedimento normativo, ha avvallato questa scelta. Ma in Sicilia il potere politico supera perfino la fantasia del premio Nobel José Saramago, che nel suo Saggio sulla lucidità racconta della rivolta di un popolo che votando scheda bianca esprime il suo dissenso, allora i partiti (tutti) fanno ripetere l’elezioni annullando la scelta dei cittadini. Così la  recente legge n°15 prodotta (con grande sforzo?!) dall’assemblea regionale, a proposito di Gela, Niscemi e Piazza Armerina stabilisce che: “le delibere adottate dai comuni per aderire ai liberi Consorzi comunali o alle Città metropolitane ricompresi nella provincia di appartenenza sono dichiarate inefficaci” tutto da rifare. Il Consiglio comunale dovrà deliberare di aderire alla città metropolitana di Catania o di restare nel libero Consorzio di Caltanissetta, questa volta non è previsto il referendum. Tutti quindi a cercare le ragioni per andare e i motivi per restare. Sulla questione, in questi giorni si è aperto un dibattito con diversi interventi. In particolare hanno colpito le dichiarazioni dei due deputati regionali gelesi, sembrati un po’improvvise visto il ruolo di Arancio e Federico. I due, infatti,  fanno parte del parlamento regionale che ha partorito l’obbrobrio legislativo che abolendo il diritto di voto dei cittadini, lascia vivere i vecchi consorzi/provincie regionali. Non ho mai pensato che i nisseni odiano i gelesi e viceversa, tuttavia è un fatto che l’amministrazione della provincia, intesa come interessi territoriali, sia stata un appannaggio quasi esclusivo di Caltanissetta e dintorni, mentre la realtà di due città uguali per dimensioni e diverse per vocazione, avrebbe preteso una gestione molto più equilibrata. È inutile oggi accampare, per giustificare la permanenza sotto Caltanissetta, le ragioni dei servizi messi in pericolo dal passaggio a Catania. Non si comprende a quali servizi ci si riferisce, visto che quei pochi che ci sono rischiano di chiudere: Agenzia dell’entrate e Inps in testa. Si capisce ancora meno, poi, cosa c’entrano i servizi nazionali e perfino regionali col cambio di area sovracomunale. Gela non ha usufruito neppure degli stessi servizi provinciali, nonostante per ben tre volte ha contribuito, in modo bulgaro, a eleggere alla presidenza della Provincia un gelese. L’esempio del Consorzio universitario di Caltanissetta è lapalissiano: rimasto feudo nisseno, nonostante la Provincia, di cui Gela sarebbe la “capitale” a sentire un esponente politico di Milena, sia il socio di riferimento del consorzio. Aprire, quindi, il dibattito adesso è quanto meno specioso, i nostri avrebbero potuto fare notare, per tempo, ai loro colleghi che mostro giuridico stavano creando. Basta vedere il caso che ci riguarda da vicino, una area metropolitana che attraversa una piana, quella di Catania per arrivare a Caltagirone, e forse due per proseguire fino a Gela. Ma i signorotti ospitati a Sala d’Ercole sapranno fare ammenda? Penso proprio di No. La civiltà, soprattutto legislativa, non alberga nella palazzina Reale di Palermo. Libero Consorzio, significa città libere di associarsi con chi vogliano, per programmare il futuro del territorio, questo però la legge regionale non lo prevede. In attesa che la prossima assemblea regionale, auspichiamo più sobria e lucida di quella in carica, affronti finalmente la questione dei Liberi Consorzi dei Comuni, non ci resta che sperare in un  cambiamento miracoloso.