Gela: tutto fermo e le nostre famiglie continuano a soffrire. Intervista a Marisa Bevilacqua

Hanno organizzato sit-in, hanno rilasciato interviste, hanno scritto lettere alle istituzioni, al sindaco Domenico Messinese e al presidente della Regione Rosario Crocetta per aiutare i loro mariti a ritrovare quella “dignità`” che si chiama lavoro, persa con la chiusura della Raffineria di Gela. Ma finora nessun risultato: i loro mariti sono rimasti disoccupati. Sì perchè Gela è in un una situazione di stallo, nonostante i tanti progetti che avrebbero dovuto accompagnare la riconversione verde della raffineria Eni, tra ricollocamento degli operai, avvio di cantieri, e impiego delle compensazioni per riqualificare la città a cominciare dal porto.

Da quel 6 novembre del 2014, giorno in cui è stato firmato l’accordo con Eni al Mise, tutto sembra fermo e il silenzio diventa insopportabile.

Quel silenzio che viene spezzato da Marisa Bevilacqua, portavoce del Movimento delle moglie degli ex operai dell’indotto.

Come state? È la prima domanda che mi viene in mente. È retorica, lo so. Già la risposta è intuibile.

-«Come vuoi che stiamo, malissimo! Sono triste, delusa, rammaricata. Non si muove foglia. Nessun segnale è mai arrivato da chi ha il potere e il dovere di cambiare questa situazione di difficoltà economica che stiamo vivendo.

E come si vive quando in famiglia non entra nemmeno uno stipendio?

-Lottiamo tutti i giorni per sopravvivere, in alcuni casi si viene aiutati dai genitori, in altri casi non si riescono più a pagare nemmeno le bollette. A qualcuno hanno anche interrotto l’erogazione di energia elettrica. Fortunatamente in questo periodo i nostri mariti hanno avuto la possibilità di effettuare delle fermate.

Ciò significa che i vostri mariti, da quando ha chiuso la raffineria non hanno mai lavorato a Gela?

– Ebbene sì! Non hanno mai più lavorato a Gela i più fortunati sono andati a lavorare in altre città, anche lontane migliaia di chilometri dalla famiglia. Ma si tratta sempre di lavori a tempo determinato, uno- due mesi, e poi si ritorna a casa. E tutto ritorna come prima: in attesa. Nessun progetto, e quei pochi soldi servono a pagare i debiti che si sono contratti quando non si è lavorato.

I vostri mariti sono inseriti in liste di disponibilità, qualcuno è stato mai chiamato?

-No, mai nessuno, del gruppo che io rappresento. Ripeto, qualcuno più intraprendente è riuscito a svolgere qualche mese di lavoro fuori, ma nulla di più.

E questo naturalmente rende impotenti, in quanto nessun progetto può essere portato avanti?

-Certo. Siamo costretti o a rimanere senza stipendio, o a vivere separati, non possiamo più acquistare a rate. Chi farebbe un mutuo a chi non ha lavoro sicuro? Inoltre impossibile pensare di trasferirsi, perchè non si tratta mai di contratti a tempo inderminato.

A proposito di trasferimento, in tanti hanno lasciato la città, anche nel vostro gruppo qualcuno ha già deciso di abbandonare Gela?

-Sì, qualcuno c’è. Conosco tante persone sposate con figli che hanno deciso di lasciare Gela e di ricominciare la vita altrove.

E i vostri figli come reagiscono a tutto ciò?

-Cerchiamo di fingere con loro anche per non farli sentire a disagio con i propri compagni. Soffriamo in silenzio per loro. La mia famiglia fortunatamente non è mai arrivata ad avere delle difficoltà estreme, ma conosco tanta gente che non riesce più ad andare avanti.

Voi avete lottato con ogni mezzo a vostra disposizione, siete stati mai contattati da qualche politico per darvi delle risposte?

_No, mai. Nemmeno il presidente della Regione Rosario Crocetta, colui che più di ogni altro avrebbe avuto il modo per far rinascere Gela, ha mai risposto alla nostra lettera.

Siete ancora legati alla vostra città? Avete sempre detto che a Gela avete comperato casa e qui avete deciso di costruire la vostra famiglia.

– Gela è sempre nei nostri cuori, ma negli ultimi mesi sta diventando sempre più cupa. Negozi chiusi e interi quartieri disabitati. Non fa certo bene vedere la città ridotta in questo stato. La crisi purtruppo non riguarda solo l’indotto, ma duemila persone che hanno e perso il lavoro hanno trascinato con loro una intera economia.

Cosa sperate ora?

– Una fievole speranza, fortunatamente ci è rimasta. Speriamo che la riconversione avvenga il più preso possibile, che vengano avviati i cantieri e che i nostri mariti possano essere ricollocati. Purtroppo assistiamo sempre alle solite chiacchiere: incontri, consigli comunali monotematici, workshop, ma nulla di pìu. Mi sembra il modo per zittire chi protesta. Un modo per sottolineare “ci stiamo dando da fare”, ma per me è solo tempo perso. Nessun risultato concreto si intravede, a parte le solite chiacchiere.

Suo marito era un operaio dell‘indotto, lavorata per Remosa, fino a quando è stato licenziato. Quanto tempo è passato?

– La Remosa era una ditta sarda che operava all’interno della Raffineria. I lavoratori sono stati messi in mobilità nel 2013. Da allora nessuna stabilizzazione è arrivata per mio marito e per gli altri sui colleghi. Lo stesso destino hanno avuto gli altri operai dell‘indotto Eni.

Andrete avanti con la vostra battaglia?

-Qualcuno di noi comincia ad avvertire il senso della stanchezza, dell’impotenza. Ma io ho voglia di andare avanti e lo farò fino a quando mio marito, la nostra famiglia non riavrà la dignità.