Gela, musica e storie d’identità: l’isola felice di Spaghetti House

Come canta Paul McCartney: “I believe in yesterday”. Quando nasci nel posto sbagliato, nell’epoca sbagliata, capita di ascoltare con estrema curiosità i racconti, risalenti a un passato non troppo remoto, di chi ha vissuto esperienze entusiasmanti, pur trovandosi nello stesso posto in cui vivi adesso tu. Cerchi di trarre ispirazione e capire cosa sia andato storto. In questi racconti, ho visto la giovialità che in loro è ancora insita, una luce affievolita dalla malinconia per i tempi odierni.

Prima tessera dei soci

Accadeva più di vent’anni fa in una città distorta, dove la mafia sembrava regnare sovrana. La città non era situata nel far west, ma le sparatorie erano all’ordine del giorno. Agghiacciante, ma ad un certo punto sembrava quasi normale. Ovviamente non vi erano  molti spazi dediti alla cultura. Discipline quali arte, musica, teatro, grafica, cinema o architettura erano semi-sconosciute. In realtà, i distorti spesso neanche erano consapevoli del loro potenziale. Ma nell’anno 1993 vi fu la svolta: un tale Roberto Vanasco ottenne l’uso di una parte del “Lido Eden”, ai tempi in stato di abbandono. Il locale avrebbe preso il nome di “Spaghetti House Club” e accolto tutti coloro che volevano evadere da quei tempi bui ed esprimersi creativamente. Uno spazio polivalente che fungeva da laboratorio creativo, un’isola felice lontano da crudeltà e violenza. 

Roberto Vanasco e l'allora fidanzata e attuale moglie Sandra

Fondamentale per Roberto fu il ruolo dell’amico DJ e produttore Vincenzo Callea, che racconta: “Eravamo una famiglia. Anche di martedì sera, mentre facevi una partita a shangaii o a dama, capitava sempre quel folle che dopo la terza birra si metteva al pianoforte e improvvisava la serata più bella dell’universo!”. Stando ai racconti, a Spaghetti House non mancava mai il tempo per costruire, era aperto anche per le prove della band. Da appassionato, Roberto non investì su un ulteriore impianto audio, ma mise a disposizione il suo. Fu così che Vincenzo e i colleghi Daniele Tignino e Riccardo Piparo fondarono i Ti.Pi.Cal. È lì che abbiamo registrato il nostro primo disco, ai tempi non potevamo permetterci di affittare uno studio”, ricorda Vincenzo. Quelle poche risorse in breve tempo divennero essenziali per il locale, che venne citato su importanti riviste come King e Boss. 

Ben presto, vi misero piede anche importanti musicisti come Gianni Basso, Giovanni Mazzarino e una allora sconosciuta Carmen Consoli, passando a ospiti internazionali come Josh Colow. Era anche il luogo dove per la prima volta si formavano artisti di fama nazionale.

Il geometra Giovanni Cacioppo, ad esempio, era appena arrivato già brillo da una festa di laurea e sostituendosi alla band improvvisò uno stand-up. Successe l’apoteosi, il momento più esilarante a cui il pubblico avesse mai assistito. Da quel momento i suoi spettacoli diventarono un appuntamento fisso; venne istituito il giovedì enigmistico con l’attesissimo “Cruciverbone”. Una carriera iniziata per diletto e casualmente, come ricorda lo stesso Cacioppo: “Poco tempo dopo partecipai a un concorso per comici a Bologna e arrivai secondo. In realtà non sapevo che si trattasse del più importante in tutta Italia”.

Euforia, sperimentazione, spontaneità e scherzi tra amici. Gente che ballava sui tavoli, uomini pelosi travestiti da donne, partite di calcetto sulla pista da ballo. Dovevi anche stare attento a dove parcheggiavi l’auto o rischiavi che i tuoi amici, spiritosamente, ti attaccassero parole infami sul parabrezza posteriore. Generalmente erano tutti etero, ma l’amico che l’indomani avrebbe intrapreso la carriera militare meritava di essere salutato a succhiotti. Ogni tanto apparivano demoni, ma era solo l’ennesimo scherzetto horror di Daniele e Vincenzo. Ma era anche l’unico posto dove una ragazza da sola non correva pericoli e poteva andare via, tranquillamente, alle quattro del mattino. Sul palco si avvicendavano i generi più disparati: dal jazz di alto livello e le immancabili jam session si passava a band come i Crivela, risposta nostrana ai Nirvana, per approdare al “festival di San Scemo” e alla “Corrida”. “Le scenografie, dai tabelloni per il Cruciverbone ai semafori per San Scemo, venivano create in un’officina sotterranea grazie all’aiuto del nostro amico Ciuzzo che soprannominavamo “Ciuzzo Foppapedretti”- riccorda Roberto.  E poiché in una città distorta non esiste un teatro, occorre improvvisarlo. Giovanni con l’aiuto dei suoi amici scrisse e mise in scena una commedia intitolata L’eredita del caro Guglielmo. Ne racconta: “Era un locale di ‘mbriachi e festaioli, ma per la commedia erano diventati attenti civili, da fuori non si sentiva niente, tanto che la madre di Roberto era entrata preoccupata che non ci fosse nessuno”.

Andrea Insulla (batteria) e Marco Giudice (basso), entrambi nei Crivela

In effetti, ancora più della musica, l’assicurazione del locale era la birra e la poliedrica Monica Bevelacqua ne sa qualcosa: “Avevo scritto questa canzone intitolata E fatti una Ceres (…diciamo che era un elegante vaffa!) Quando cantavo il pezzo, aumentavano le vendite. Durante i concerti bevevano tutti, compresi i musicisti. Una sera ci mancò poco che, invece del cachet che ci spettava, il gruppo pagasse Roberto, perché il consumo delle birre aveva superato la somma che avevamo pattuito. Io avevo preso solo una bottiglietta d’acqua…“.

Tuttavia, diversamente da qualsiasi attività a scopo di lucro, l’ambiente era ben selezionato.

Tra i DJ vi era anche l'indimenticabile Vincenzo "Vizo" Graci, al centro.

“Anche da DJ, suggerivo al proprietario e agli altri organizzatori di non pubblicizzare la discoteca, il rischio sarebbe stata una serata accesa di massa. Eravamo mediamente cinque DJ e sapevamo improvvisare. Quando le situazioni si facevano più interessanti  correvamo a prendere i dischi che tenevamo in macchina e riusciva ad essere un’oasi anche col ballo” – racconta Callea – “Con l’avvento delle nuove discoteche cominciavano a mancare i numeri. La proprietà ha deviato facendo ballare di più. Purtroppo ciò, verso la fine, aveva quasi sminuito lo spirito del locale. Eppure anche in questo c’era cultura, all’epoca si ballava con il rock e la new wave, con i dischi dei Pink Floyd, degli Smiths o ad esempio Phil Collins.” È così che divenne l’unico locale in città a proporre due generi diversi, contemporaneamente su due ambienti sapientemente sonorizzati. Roberto si esprime: “Le quote associative di importi accessibilissimi, dalle ventimila lire alle cinquantamila lire l’anno, non coprivano più le spese per pagare i gruppi musicali ed artistici. Da qui la decisione di investire sulla discoteca.”

 

Oggi, la città distorta è molto più sicura, c’è un teatro, ma non ci sono più isole felici. Spaghetti House è rimasto chiuso dall’ormai lontano ’97. “Bisogna esserci stati per capire. Riproporre un’atmosfera simile è impossibile, anche in ambito artistico. Noi eravamo uniti dalla sana voglia di fare arte, di sperimentare, non c’era competizione, spocchia, convinzione. Eravamo e siamo rimasti dei ‘puri’” – commenta Monica. Da allora niente più è riuscito ad eguagliare l’atmosfera dei tempi ormai andati. Di tanto in tanto saltano fuori jam session e cover band, ma si è ben lontani dal respirare aria di musica. Com’è difficile fare di un posto casa propria. È più facile indossare finti sorrisi e sentirsi soli in luogo affollato, adeguarsi, o restare a casa. “Parliamo di una città che ha fior di musicisti e dj. Probabilmente i gestori di oggi non hanno più il coraggio di rischiare, preferiscono ricavare il massimo profitto nel minor tempo possibile. Spaghetti è irripetibile, ma forse, in un momento così difficile sotto l’aspetto artistico ed economico, è arrivato il momento di creare qualcosa che sia non per tutti. Parlo di una sorta di garage allargato alle feste che possa diventare qualcosa di più grosso, un luogo d’intrattenimento. Magari il mirare al tutto subito non è la strada da percorrere.” – conclude Vincenzo – “Non nasciamo tutti colti in materia, ma se la prima volta ascolti e dici ‘Non capisco’, la seconda volta dici  ‘Ah, interessante’, la terza magari comincia a piacerti.”

Resta, comunque, affascinante vedere come chi è diversamente distorto reagisce agli impulsi negati da questa città, alla costante ricerca di stimoli che apparentemente non ci sono e costruendo ciascuno il proprio piccolo mondo.