Gela a Rai storia, le telecamere si sono spente e ora?

Una città in attesa. Una città che si trova a mille chilometri dal canale di Suez e ad altrettanti chilometri dallo stretto di Gibilterra. Un paese che oggi ricorda il suo passato e che dovrebbe risorgere e valorizzare anche tutto ciò che ha, oltre al mare e all’industria. Novità? Certamente no.

Tutti a guardare Rai Storia, tutti a commuoversi davanti al racconto della nostra città, tutti a dire e a scrivere “fieri di essere gelesi”…stasera, domani si vedrà. Mi viene però da farmi e farvi una domanda: esattamente, di che cosa andiamo fieri? Non siamo i cittadini dei tempi d’oro di questo posto. Siamo quelli che vivono oggi in una città che sta scomparendo.

Scompare sì, Gela. Sempre più povera di figli, di fotografie, di spiagge pulite. Tutto ciò che questa sera ci hanno raccontato oggi lo sogniamo. Sogniamo le barche, i commerci, il via vai continuo nel nostro mare, sogniamo i turisti. L’intenzione non è quella di smontare quanto di bello si sia visto su un canale nazionale, assolutamente, ma non riesco a non rimanere con i piedi per terra.

Se guardo il buio della sera che si abbatte su certe vie, anche centrali, mi viene quasi da piangere. Se penso alle condizioni del nostro porto che, devo ammettere, dalle riprese emozionava anche se insabbiato, divento triste, ma triste davvero. Se rifletto sulle reali possibilità di questa terra, possibilità seppellite dall’incuranza, dalla burocrazia, dalle firme, dalla maleducazione, dall’inciviltà, mi sento impazzire dentro.

C’era da mordersi le mani questa sera davanti a Rai Storia, non da commuoversi. C’era da battersi il petto come fanno i cristiani in chiesa e non da sfoderare l’orgoglio sui social network.

Perché a noi piace fare così: scrivere “Vergogna!” quando la cronaca parla male di Gela e scrivere “Amo la mia città” quando ne parla bene. Il problema sta nel mezzo, nel silenzio dei giorni comuni. Nell’assenza di uomini e donne alle proteste, nell’indifferenza di chi sporca con naturalezza, nel fatto che le mani si usino sempre più spesso per applaudire chi fa qualcosa e sempre meno per aiutare.

Le telecamere si sono già spente, forse ne parleremo ancora per qualche giorno e poi? Che cosa faremo quando l’entusiasmo sarà scemato? Aspetteremo il prossimo programma televisivo?

Gela non ha bisogno di troupe che la raccontino, ma di gente che ne scriva il futuro. Al passato, nel bene e nel male, ci hanno già pensato altri. Noi guardiamo avanti, per favore, altrimenti è finita!