Gela: riconversione o bonifiche? La città si spacca, e rimane solo una gran desolazione

Una città in ginocchio, per le strade si incontrano poche persone, per lo più anziani. Una Gela trasformata in un paesino dell’entroterra siciliano, con l’aggravante dell‘inquinamento che ha portato solo malattie e malformazioni. Questa è la Gela che sta lasciando Eni. Più di mille persone impiegate nell’indotto hanno perso il lavoro, e quelle del diretto sono state costrette ad emigrare, in quanto l’industria petrolchimica  non esiste più. O per lo meno è rimasto quell’ammasso di ferraglia, ma non vi è più l’elemento umano. “La raffineria è stata fermata per attivarre il piano di conversione in bio-raffineria secondo il modello adottato a Venezia e la realizzazione di un hub logistico”. Questo quanto riportato sul sito di Eni. Ma a questa riconversione non credono più gli operai, i commercianti, gli artigiani, le associazioni, i cittadini in generale. Troppi i ritardi. Da quel protocollo firmato al Ministero dello sviluppo economico sono passati 14 mesi. E forse solo ora i sindacati presenti a quel tavolo ministeriale si sono resi conto come quella firma era un modo per zittire gli operai in protesta. La città adesso si spacca in due: c’è chi implora il governo nazionale a intercedere con Eni per avere una accelerazione della riconversione, c’è chi pensa che la riconversione non risolverebbe la grave crisi che sta attanagliando Gela, e che oramai si  dovrebbe puntare su agricoltura e turismo. Tra questi i consiglieri cinque stelle che insistono sulle smantellamento degli impianti e sulle bonifiche del territorio. Concetto ribadito qualche giorno fa dal deputato Giampiero Trizzino: “le bonifiche darebbero 20 anni di lavoro”.  Dello stesso parere anche i deputati cinque stelle Di Maio, Di Battista e Cancelleri, ieri in città per incontrare gli operai, una visita veloce approfittando del fatto che erano a due passi, nella città di Vittoria, per la casa restituita ai Guarascio. “Siamo stanchi di passerelle”, dicono gli operai ai blocchi. “La mattina presto siamo soli, e poi verso le dieci iniziano a venire le istituzioni, per farsi i selfie da mettere su facebook”. In effetti mentre tutti stiamo a chiacchierane su cosa sarebbe meglio per la città, vi sono mille famiglie che non percepiscono un centesimo al mese, che non riescono a pagare le bollette, e nemmeno a comperare un pacco di pasta. E il fatto ancor più grave è che queste mille persone si sono trascinate un’intera città: negozi vuoti, cantieri fermi, emigrazione di massa, e desolazione in giro. È questo il risultato di una politica passata sbagliata? Per le strade senti i commenti di persone appollaiate davanti i bar,  sulle scelte effettuate da chi ha amministrato la città. Ieri dal Ministero dello Sviluppo economico il sindaco Domanico Messinese, e il governatore Rosario Crocetta sono riusciti ad ottenere la speranza per un prolungamento degli ammortizzatori sociali. “La città ha bisogno di lavoro”, hanno commentato i sindacalisti. Lavoro? Una parola che a Gela piano piano sta sparendo. Ed è così che la protesta continua e martedì prossimo tutta la città, dai consiglieri comunali che hanno lanciato l’iniziativa, alle associazioni, ai commercianti, agli artigiani, ai cittadini tutti parteciperanno allo sciopero, con un corteo che, partendo dalle 9:30, attraverserà le vie principali della città. Un’ennesima voce corale rivolta al premier Renzi. “Renzi adotta Gela”,infatti riporta il manifesto della Confcommercio. 

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