Gela senza porto. Una città alla deriva della riva.

Gela – storicamente una delle più influenti polis del mondo greco – vuole restituita la sua antica dignità. Il ridente paese sul mare ove morì Eschilo, il padre della tragedia Greca, è oggi tristemente noto per i disastri lasciati da cinquant’anni di incessante attività industriale di raffinazione del petrolio e per lo sviluppo urbanistico selvaggio che dagli anni sessanta in poi lo ha trasformato in una cittadina amorfa, incapace di esprimere la bellezza di cui pure è dotata.

Posizionata al centro del Mediterraneo, Gela ha fornito ai suoi abitanti, grazie al suo vasto golfo, ampie prospettive di comunicazione e scambi commerciali utili alla sua economia. La vocazione turistica del luogo è stata, però, abortita sul nascere dalla prepotenza tracimante del colosso Eni, e capace di capovolgere l’economia di Gela da agricola in industriale. Anche la pesca e la pastorizia hanno subito un vertiginoso tracollo stante l’inquinamento a cui è stato esposto il territorio per decenni, conseguenza di una scelta così radicale.

Oggi l’Eni sarebbe disposto a restituire il maltolto. Almeno stando al Patto di riconversione firmato con Comune e Regione lo scorso autunno, avrebbe messo a disposizione della città ben 32 milioni di euro come fondi di compensazione, di cui 5 stanziati solo per i lavori previsti al porto rifugio. Peccato che ancora nessuno ne stia beneficiando. Come ormai da mesi denunciano gli operatori del settore portuale, entrambi i porti di Gela – e cioè il porto-isola a servizio dell’industria e il porto rifugio – sono inutilizzabili, vuoi per carenze infrastrutturali, vuoi per l’insabbiamento dei fondali.  Questa anomalia viene sottolineata anche dal Comandante della Guardia Costiera che si è trovato costretto a emanare – a fine anno 2016 e a inizio 2017 – ben due ordinanze di interdizione dei porti medesimi per il pericolo all’incolumità pubblica.

Da città di mare e di porto, Gela è stata così abbandonata all’isolamento più crudele che la vede impoverirsi progressivamente sotto l’egida dei politici che esprime. Il porto è infatti come un’agorà: luogo di passaggio e di incontro, spazio deputato alle emozioni, punto nevralgico di ricchezza. Desta davvero stupore che nonostante i proclami altisonanti sbandierati nelle campagne elettorali esso versi ancora in uno stato così miserevole. Come fanno i politici eletti a Gela a non prendere in seria considerazione, tanto da ergerla a priorità assoluta, una questione così importante per la vita economica di un luogo?

Rendere il porto accessibile a tutte le imbarcazioni significa donare alla città prospettive di apertura e benessere. Significa inaugurare orizzonti nuovi. Significa regalare ai giovani così disorientati una visione di futuro sostenibile. E’ invece la burocrazia a insabbiare ancor più i suoi fondali: il braccio di ferro tra Regione e Comune va sempre e solo a danno della popolazione tutta.  E così, mentre Messinese si rifiuterebbe di firmare atti di proposta regionale dichiarandosi incompetente e chiedendo al contempo l’accelerazione del processo, Crocetta, con un colpo di mano, ha autorizzato a fine marzo la Protezione civile a iniziare i lavori urgenti di dragaggio del porto, che dovrebbero, a suo dire, renderlo idoneo ai finanziamenti previsti.

Intanto il sit-in di protesta del Comitato porto di Gela non conosce tregua anche a seguito dello smacco subito: Santo Stefano di Camastra ha ottenuto, infatti, nel frattempo, un finanziamento di 42 milioni di euro per lo sviluppo della portualità turistica. Crocetta sembra avere ormai tradito anche gli ultimi residui sprazzi di fiducia che i suoi concittadini riponevano ancora in lui. Ma rimembra almeno di tanto in tanto l’antico splendore di cui godeva quando le sue spiagge “color della paglia” regalavano “molti sogni” a pensatori illustri come Salvatore Quasimodo?