Ghost in the Shell: poca anima in una società liquida.

Ci troviamo in un futuro prossimo. Gli esseri umani sono dotati di impianti cibernetici in grado di aumentare esponenzialmente doti fisiche e mentali. Il Maggiore Mira Killian ( Scarlett Johansson  ) è un super cyborg che però ha un cervello umano, risultato singolare della Hanka Robotics. Il Maggiore in questione guida una task force che combatte il cyberterrorismo e dà la caccia ad un hacker potentissimo che prende di mira tutti coloro che sono coinvolti nel Progetto 2501 .

Ghost in the Shell è considerato, forse, l’esponente più rappresentativo di una certa era dell’anime nipponico  perché in grado di lasciare ampio spazio all’interpretazione del fruitore. Questa trasposizione non fa lo stesso. Il mistero made in Japan si perde. Qui viene tutto spiegato dall’inizio alla fine e in ogni scena. Come se lo spettatore avesse la soglia di attenzione di un criceto e va bene che repetita iuvant ma a tratti ti senti preso per cretino. La creazione del “futuro prossimo” è però veramente buona. La metropoli è grigia, umida, piena di pozzanghere, distopica al punto giusto.

Il regista è Rupert Sanders che diciamocelo è un tantino inesperto. La protagonista è fisicamente inappropriata, così morbida e gentile che proprio non ci sta nei panni di Motoko Kusanagi. Però ok, lasciamo stare la questione etnica, alla fine dei conti ci troviamo davanti ad un cyborg quindi tutto va bene. La sceneggiatura parte dalla traccia del film del ’95 e inserisce elementi da altri episodi della serie così da confondere pure i super fan. Poca emotività nel conflitto tra macchina e coscienza. Forse è proprio questa la cosa che più mi ha infastidito, perché questo film è anche e soprattutto un prodotto culturale che ha saputo mostrarci in anticipo l’altra faccia della rivoluzione tecnologica.   L’anime, il film, il videogioco è nato durante la rivoluzione tecnologica in Giappone e in quel momento è riuscito a mostrare quella crisi esistenziale, il profondo disagio dell’umano sentire di fronte alle macchine. Guardando Ghost in the Shell io questo non l’ho sentito, l’ho percepito a tratti, ma il film in toto non è riuscito a trasmettere la profondità di riflessione che il prodotto originale invece aveva.

Vent’anni fa in Ghost in the Shell veniva immaginato un mondo di identità virtuali, simile a quello che viviamo, un po’ estremizzato forse ma è un mondo dove la rivoluzione tecnologica si scontra con l’identità e ne fa esplodere una riflessione.  Negli anni 90 questo film ci diceva che il cambiamento ci sarebbe stato in modo fluido e senza attacchi alieni, semplicemente ci saremmo adeguati. La modernità liquida, per dirla con le parole di Bauman , è “la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”.

Questo Ghost in the Shell è invece più involucro che anima. Che ci sia veramente rimasto solo questo?