Giovani e professionisti le vittime della strage di Parigi. L’Isis non è Islam: cosa dobbiamo aspettarci?

“È solo l’inizio della tempesta. Continuerete a sentire l’odore della morte per aver preso la guida della crociata, aver insultato il Profeta e esservi vantati di combattere l’Islam. Parigi è la capitale dell’abominio e della perversione.” Con queste parole l’Isis ha rivendicato ufficialmente gli attentati compiuti nella capitale francese nella notte tra venerdì 13, e sabato 14 novembre. 129 i morti  accertati e di 352 feriti, di cui 99 in gravi condizioni: 89 le persone che hanno perso la vita al teatro Bataclan. Tanti i giovani,  morti assistendo a un concerto, a una partita di calcio, mangiando ad un ristorante. Senza distinzioni: sono uomini e donne, bianchi e neri, laici, cristiani e musulmani. E c’è lo studente, il giornalista musicista, l’avvocato laureatosi alla School of Economics di Londra,  l’architetto collaboratore di Renzo Piano, la cugina del calciatore centro campista della Nazionale Francese Lassana Diarra, i giovani cileni parenti dell’ambasciatore Ricardo Nunez, gli studenti americani, le sorelle tunisine. Queste le prime identità. Morta anche la studentessa veneziana, di cui i genitori non avevano pìu avuto notizie da quella tragica notte.  Sí perchè i fanatici non fanno distinzioni. Degli autori, l’Isis e il Califfato, ne sentiamo parlare da più di un anno: ma ancora appaiono poco chiare le loro intenzioni. Sappiano solo che l’Isis è un’organizzazione che definisce se stessa come stato e che controlla un territorio in Siria esteso approssimativamente come il Belgio. Il gruppo terroristico, che contava solo 100 combattenti tre anni fa, è arrivato oggi a 80 mila arruolati. Dieci mila i “Foreign fighters”. Tutti giovani ragazzi in cerca di lavoro, molti di loro parlano inglese. Partiti da Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino con passa. porto europei e attratti dalla propaganda dei Jihadisti. Alcuni arrivano  dalla Spagna e 83 anche dall’italia, alcuni dalla Sicilia. Uno stato diventato sempre più ricco, grazie al controllo dei pozzi petroliferi, ma anche ai tesori archeologici depredati  e ai dollari rubati  alle banche, lungo il loro lungo cammino. Una guerra che il nuovo stato islamico combatte con la propaganda in lingua inglese, e non solo, attraverso internet, video, foto, pagine social, Twitter e Facebook. Circa un anno fa sono iniziate le prime immagini e video del terrore con le decapitazioni di alcuni giornalisti rapiti. E sembravano molto distanti da noi. Il loro simbolo è una bandiera nera con una scritta bianca, che si può acquistare su internet a solo 20 dollari. Tra le iscrizioni ci sono messaggi di odio e campeggia la frase:” Theri is no god but God, Muhammad is the messanger of God”. Il nuovo stato capeggiato, dal giovane Abu bakr al-Bagndadi, non riconosce la comunità internazionale e non ha bisogno di costruirsi per legittimarsi nella comunità internazionale, tanto meno la sua emanazione medioorientale, che è esattamente ciò contro cui si batte. È una Al Queda 2.0, trasformata in stato islamico, non più ospite di qualcun altro. I militanti sono sparsi dappertutto, sono incontrollabili, e dagli obiettivi sensibili, così come era stato per l’attentato alla sede del settimanale satirico Charlie hebdo, si è passati ai luoghi del divertimento, della quotidianità. Era già toccata alla Tunisia.  E ancora le esplosioni sugli arei di linea . “Dopo Parigi ora tocca a Roma, Londra e Washington”. Ha esultato ieri  l’Isis. Gli obiettivi sono scelti minuziosamente, così come hanno fatto gli otto fratelli, tra cui una donna, che si sono fatti esplodere nel cuore di Parigi. Intanto ad essere colpiti sono stati gli stessi musulman, in quanto l’isis che compie gli attentati in nome di Allah, non è islam. Il corano non dice di uccidere innocenti. Ma il pericolo Xenofobo è ormai inevitabile. L’Isis è un’organizzazione terroristica che si deve assolutamente contrastare.

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