Giuliana Fraglica: dai Flanders a oggi senza filtri addosso.

In un precedente articolo l’avevo già descritta come “gioviale, energica e al tempo stesso sorprendibile” nonostante la sua carriera. La verità è che Giuliana Fraglica è proprio così e in qualche modo non può fare a meno di coinvolgerti. Nel nostro incontro di ieri mi spiegava di non sentirsi affatto una “diva” come spesso la descrivono scherzosamente gli amici, ma che deve tutto alla fortuna e certe cose in passato sono avvenute così all’improvviso che lei stessa nemmeno si rendeva conto di quello che le stesse capitando.  Del resto non capita tutti i giorni che tu, ragazzina gelese di periferia ti ritrovi all’improvviso catapultata a San Francisco, senza nemmeno passare prima per Roma o per Milano. All’improvviso dall’altra parte del pianeta ad aspettare te e gli altri componenti dei Flanders c’è una limousine che vi porterà in un festival polacco dove vi sono presenti star come Sabrina Washington e Lou Bega.  I Flanders (che precedentemente si erano chiamati Deflect o Suite 117) erano il progetto che i dj Francesco Abbate e Alessandro Bunetto avviarono dopo la fine dei De-Javu, chiamando Marco Giudice al basso e Giuliana alla voce. Di seguito quanto ci siamo dette.

 

Spesso è proprio il cantante ad essere la figura che spicca maggiormente, anche se magari è quello che fa il lavoro minore.

Non nel mio caso, perché io scrivevo i testi. Su qualsiasi cosa faccia sento la percezione che mi appartiene ma non ho la concezione di bello o brutto. By My Side ad esempio non mi piaceva quando l’avevo scritta, ma ai ragazzi sì. Era la prima volta in cui mi ritrovai per caso coinvolta nel progetto Flanders, una novità per me che ascoltavo Aretha Franklin e Stevie Wonder ma non ero assolutamente una cantante dance. Con un dialettale <<Ta firi?!>> fui messa alla prova. Quella dei Flanders non era normale musica pop/dance ma era elettronica con una melodia. Un altro vantaggio era che Vincenzo Callea abitava nello stesso condominio di Francesco Abbate, il progetto gli piacque così tanto che decise di produrci. Ricordo ancora quando eravamo Palermo nel suo studio e il discografico della Ego giunto da Milano per conoscerci. Tutti stavano davanti al computer ascoltando la demo di Behind mentre io stavo seduta in un angolino. Finito l’ascolto il discografico si avvicinò a me e mi disse <<Brava!>>. Divenne così quel magnifico pezzo dance remixato da Vincenzo, poi giunse la collaborazione col grande dj tedesco ATB.

Consideri il tutto un frutto del caso o c’è stata anche un po’ di ambizione?

Beh, io canto da quando avevo 13 anni e sono sempre stata molto avventata, ma mai ambiziosa. I traguardi che ho raggiunto sono stati un mix di fortuna e casualità. All’improvviso mi sono ritrovata catapultata in America davanti a migliaia di persone che a squarciagola cantavano i pezzi che io stessa avevo scritto. Non mi rendevo conto di quanto stesse accadendo, ma un po’ lo rimpiango perché non me lo sono goduta come invece avrei dovuto. Un vero peccato.

Quindi non hai mai provato il panico da palcoscenico?

Assolutamente no, il palco è sempre stato casa mia. Il primo ad accorgersi della mia voce fu il mio amico Olaf quando avevamo entrambi 14 anni e mi propose di fare un pezzo insieme al Tam-Tam. Oltre a noi nella formazione vi erano Gianni Cravana, Marcello Cannizzo e Peppe Tringali che ad oggi è uno dei più bravi batteristi jazz d’italia. Emozionatissima mi ritrovai al cineteatro Royal davanti a una miriade di gente. Monica Bevelacqua mi presentava alla platea tenendomi per mano e subito dopo stavo cantando Think e Respect di Aretha Franklin inventandomi le parole. Alla fine il pubblico applaudì, mi girai verso Olaf e sussurrando gli chiesi <<Com’è andata?>> e lui col pollice in su rispose <<Bene!>>  Negli eventi successivi cominciai a scrivere le parole sulla mano.

È stato quando ho fatto gavetta con i Flanders, soprattutto dopo aver visto l’amore che ricevevo a livello internazionale che ho provato un po’ d’ansia da prestazione. Non paura del palco ma del lavoro che ci stava dietro. Ricevevo amore dalla gente e dovevo avere cura di quello che mi ero guadagnata. E non era facile credere che una ragazza di Gela così giovane potesse affrontare tutto questo.

Certamente no, il tuo percorso è stato piuttosto singolare. Ma se non sbaglio sei stata anche all’università.

Per due anni ho frequentato facoltà di lettere, volevo fare l’insegnante e tutt’ora traduco greco e latino. Ho dovuto abbandonare per fare i conti con le difficoltà della vita. Ho fatto la commessa, l’impiegata, l’animatrice e tanti altri lavori. Ma non smisi di fare quello che mi appassionava. Da sempre sognavo di diventare una ballerina e all’età di 26 anni intrapresi un corso di danza, nonostante si dica “Ma no, si comincia da piccoli.” Intanto io lo feci, iniziando proprio con il corso per bambini e finii invece per entrare nel corpo di ballo delle operette del teatro Metropolitan di Catania.  Il mio coreografo mi portò con sé a un concorso di danza nazionale che si svolge ancora oggi a Cattolica, aggiudicandoci il terzo posto.

Nell’ultimo anno ho pubblicato i miei racconti per bambini Scintilla e Tuono, qualcosa che già da piccola volevo fare. Solamente da due anni ho intrapreso la carriera di attrice a livello, nonostante il maestro Antonio Caruso cercasse di convincermi da molto prima. A volte scrivo anche di getto dei monologhi di sfogo mi accorsi che quattro di questi rappresentavano quattro donne diverse. In tal modo nel 2015 è nata una stesura teatrale dal titolo Stanotte dormo tranquilla, con la regia di Giancarlo Bella e l’adattamento di Tiziana Guarneri.

Lo scorso giugno invece con gli stessi ho portato in scena 55 BPM, una sfida più arduaIn soli dieci giorni di prove ho dovuto imparare ad immedesimarmi nei panni di quattro uomini diversi con tutto ciò che di loro mi irritava. Ma non ho smesso con la musica, collaboro con diversi produttori tra cui Daniele Tignino.

 

Hai poco meno di quarant’anni, ma mi colpisce che non ti fermi davanti nulla. Anzi, hai sempre voglia di avventurarti e imparare cose nuove. Molti invece usano l’età come scusa per frenarsi e precludersi delle opportunità.

Prima ancora di diplomarmi ho subito un duro colpo che è stata la perdita di mio padre. Lui mi diceva “Tutti sanno cantare, ma quello che conta per te è essere Giuliana.” La parte più difficile è essere sé stessi. Dopo un po’ ho conosciuto il buddismo che mi ha insegnato l’importanza della gioia di vivere e del continuare ad essere una brava figlia nonostante tutto. Molti ad esempio pensano che bisogni per forza scappare da questa città per concludere qualcosa, ma io personalmente non lo ritengo necessario perché tutto quello che ho fatto è partito comunque direttamente da qui. Ma devo molto anche alla fortuna e agli amici che mi sono sempre ritrovata a fianco.

Non si può smettere di sognare e ancor meglio di realizzarli tutti questi sogni! Never give up!

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