Il gelese Orazio Marinelli, tra gli ultimi sopravvissuti alla strage di Cefalonia. I ricordi di quei giorni

Orazio Marinelli, gelese, classe 1922, ancora sente l’immenso dolore che ha provato quando ha scoperto che la maggior parte dei suoi compagni fosse morta in quella che era stato l’eccidio di Cefalonia, un’isola del mar Ionio,  compiuto da reparti dell’esercito tedesco a danno dei soldati italiani presenti su quelle isole alla data dell’8 settembre del 1943.  

Orazio è uno dei pochi sopravvissuti di quel giorno in cui fu annunciato l’armistizio di Cassibile che sanciva la cessazione delle ostilità tra l’Italia e gli anglo-americani. Forse è anche l’unico siciliano che ancora può raccontare quelle pagine di storia, dopo settantacinque anni. Uno degli episodi più cruenti ed inspiegabili del secondo conflitto mondiale: il massacro di migliaia di soldati italiani da parte dell’esercito tedesco.

Lui come tanti giovani era uno dei soldati italiani della Divisione Acqui di stanza a Corfù e a Cefalonia, durante la seconda guerra mondiale. La guarnigione italiana di stanza nell’isola greca si oppose al tentativo tedesco di disarmo, combattendo sul campo per vari giorni con pesanti perdite, fino alla resa incondizionata, alla quale fecero seguito massacri e rappresaglie nonostante la cessazione di ogni resistenza.

I superstiti furono quasi tutti deportati verso il continente su navi che finirono su mine subacquee o furono silurate con gravissime perdite umane. Orazio riuscì a salvarsi per un caso fortuito.

Sbattendo la testa durante la rappresaglia, fu creduto morto, e fu infilato dentro un pozzo. Fu proprio questo luogo che lo ha salvato. Riprendendo i sensi, e riuscendo a venire fuori da quel luogo angusto, si rese conto di ciò che era successo ai suoi compagni. Di loro era rimasto solo un cumulo di sangue e gli zaini. Chi non era morto era stato deportato. Orazio invece riuscì a fuggire, a trovare ospitalità presso diverse famiglie greche: un tozzo di pane in cambio di lavoro spesso faticoso. Non era più Orazio Marinelli, non aveva più la divisa ,aveva un nuovo nome greco Ianni Catifora, ma ciò gli ha consentito di tirare avanti. Poi è arrivato un malattia che lo costrinse al ricovero in ospedale. E da lì è iniziata la sua storia verso il ritorno a casa.

Era il novembre del ’49 quando su una nave inglese intraprese il viaggio verso Taranto. In Italia fu impegnato un’altra settimana nella Resistenza, fino a quando è ritornato a casa da uomo libero.

Una testimonianza storica più unica che rara, quella di  Orazio Marinelli, sopravvissuto grazie a tanta fortuna, forza e caparbietà. Una storia che Orazio racconta sempre al nipote Graziano Amato.

“Mio nonno non ha più rivisto nessuno dei suoi compagni, anche se conserva vivo il loro ricordo”. Orazio ha diviso la sua vita a Gela con Emanuela, da cui ha avuto tre figlie. Graziano è il nipote che prova una grande emozione nel riportare ciò che il nonno tante volte gli ha raccontato. Del nonno ammira il grande coraggio.

Una storia, quella di Orazio veramente degna di una sceneggiatura.

Quella di Cefalonia è una strage di cui poco si è parlato. Nel 1979, l’ex presidente Carlo Azelio Ciampi, decise di rendere omaggio a  quel primo atto di resistenza.

“In diecimila decisero di non arrendersi. E di combattere. E di morire. Restando fedeli al giuramento alla Patria. Che col loro sacrificio tornava a nascere. Quei poveri soldati massacrati dai nazisti («in violazione di tutte le leggi della guerra e dell’ umanità») nel settembre del ’43 in quest’ isoletta greca abbracciata a Itaca, scrissero in realtà il «primo atto della Resistenza, di un’ Italia libera dal fascismo».

“L’eccidio di Cefalonia ha tuttora un solo colpevole: il generale Hubert Lanza,  capo del XII Corpo Armata, truppe da montagna della Wehrmacht dall’agosto 1943 all’8 maggio 1945, venne infatti condannato dal tribunale di Norimberga a 12 anni di reclusione, sebbene ne abbia poi scontati solo tre (la pena fu così mite perché, incredibilmente, nessuno si presentò da parte Italiana a testimoniare al processo).

Nel 1957 in Italia furono prosciolti (secondo alcuni per non danneggiare l’immagine dell’esercito[63]) degli ufficiali della Acqui accusati di aver aizzato gli uomini contro i tedeschi dando così origine ai combattimenti e sempre nello stesso anno si iniziò un altro processo nei confronti di 30 ex soldati tedeschi, risoltosi un anno dopo con un nulla di fatto.