Il referendum sulle trivelle nei nostri mari, nel silenzio della politica

Dopo  cinque anni da quelli che si sono tenuti sull’acqua pubblica, sul nucleare e sul conflitto di interessi, il prossimo 17 aprile torneremo di nuovo a votare per il  referendum contro le trivellazioni davanti alle nostre coste, ma anche sulla terra ferma, in cerca di qualche giacimento di petrolio. Ma a poco più di un mese dalla votazione la battaglia referendaria non è entrata affato nel dibattito pubblico,  in tempo utile affinché i cittadini possano farsi un’idea sull’argomento e recarsi alle urne adeguatamente informati. Chiamati alle urne, solitamente i cittadini sono  sollecitati a partecipare alla scadenza elettorale. Le tv, le radio e i giornali, quando si avvicina la data delle votazioni , le dedicano uno spazio via via maggiore, tanto da far venire la nausea per l’inflazione di visi e dichiarazioni politiche sugli schermi. Oggi l’atmosfera è molto diversa nessuna traccia di dibattiti in radio o tv, o nelle prime pagine dei giornali. Solo sulla rete si muove qualcosa, ma poi si perde nel mare delle informazioni su argomenti più scottanti, come la “maternità”, di Vendola. Per essere valido un referendum in Italia deve andare a votare almeno il 50% più uno degli elettori iscritti nelle liste elettorali dei Comuni. E spesso è già successo che alcuni quesiti referendari sgraditi alle forze politiche di governo, con la scusa che si trattava di questioni marginali rispetto agli interessi generali, sono stati resi inutili dal mancato raggiungimento del quorum, grazie alla scarsa informazione fornita alla popolazione. Sulla questione è intervenuto anche il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, che denuncia lo scarsissimo livello di attenzione che il mondo politico riserva all’imminente appuntamento referendario. “Un’occultazione voluta,  in quanto la tutela degli interessi economici e clientelari, i ricatti (falsissimi) lavorativi, dominano sul vero senso di rispetto del territorio, di gestione partecipata e di appartenenza ad un ambiente”. Afferma il movimento per l’indipendenza Siciliano. 
 
“Gela è particolarmente interessata, si sceglie davvero se è giunta l’ora di cambiare il proprio destino e indirizzarsi verso nuove strategie economiche. Condanniamo l’assenza dell’Assemblea Regionale Siciliana per l’assenza fra i comitati promotori del referendum e il silenzio dei nostri rappresentanti.” Afferma il Mis. 
 
Esprimendo la propria preferenza, i cittadini avranno la possibilità di decidere se abrogare la norma in base alla quale le concessioni petrolifere già rilasciate hanno effetto fino all’esaurimento dei giacimenti. Ossia ad oggi si trivella fino a quando c’è gas o petrolio, anche se la concessione è in realtà scaduta. In poche parole con questo referendum  si sta mettendo in discussione tutta la politica energetica seguita negli ultimi anni dal nostro paese: una politica che si è data da fare parecchio per bloccare le fonti rinnovabili vere. Ma questo referendum, fino ad oggi, è come se fossevolutamente  tenuto nascosto agli italiani. C’è stato solo una eco di contrarietà collettiva perché il governo ha deciso di organizzare una votazione referendaria non in coincidenza con le prossime elezioni amministrative. Accorpare il voto referendario alle elezioni avrebbe consentito un risparmio di circa 300 milioni di euro. Ma il governo si è difeso dicendo che in Italia  esiste una legge (decreto 98 del 2011) che vieta la concomitanza elezioni-referendum (in realtà l’accorpamento si potrebbe fare, ma occorrerebbe una volontà politica e una rapida legiferazione ad hoc). Fatto sta che il governo ha dimostrato di credere molto nella trivellazione dei nostri mari.E sono le stesse lobby a non volere alcun dibattito sull’argomento  e su come viene condotta la polita energetica nel nostro paese. Per questo è meglio che il referendum passi sotto silenzio: basta che non si raggiunga il quorum e il gioco è fatto. 
 

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