L’Editoriale La strage di Via D’Amelio 23 anni dopo. Quella volta che intervistai il giudice Paolo Borsellino

Sono passati 23 anni da quel 19 luglio del 1992 . Il giudice Paolo Borsellino era andato in Via D’Amelio a Palermo a prendere la sua mamma per accompagnarla dal medico. Alle 16,58 una fortissima esplosione uccide persone, abbatte case, fa saltare in aria auto.

Tutto per uccidere un simbolo della lotta alla mafia. Ho avuto il privilegio di intervistare il giudice Paolo Borsellino per un quotidiano regionale agli inizi degli anni 90. Dalla Procura di Marsala stava per tornare a Palermo. Oggi, come spesso mi è capitato da quando non c’è più e sento parlare di lui, risento la sua voce. Quel tono pacato con cui riusciva a pronunciare piccole e grandi verità.

Fui diretto quella volta. Gli chiesi se aveva paura di tornare a Palermo. La sua risposta fu onesta e sincera, come lo è stata la sua straordinaria vita. Mi disse di si. Che la paura era un sentimento umano.” E’ normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.

E’ un episodio che mi ha segnato perché ci è capitato tanto volte di avere paura ma è difficile immaginare che un uomo come Paolo Borsellino, nonostante la paura continuava la sua battaglia contro il male. Un’intervista tra quelle che non dimenticherò mai nella vita. Incancellabile. Piena di vita, anche se annunciava la morte.

Le sue parole non possono e non devono essere dimenticate: Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

La paura forse per Paolo Borsellino era anche la quasi certezza che l’avrebbero eliminato: “Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Vivere e lottare sapendo che il destino era segnato. Ventitré anni dopo ancora ci sono misteri che non sono risolti, legati alla morte di Paolo Borsellino e che mai si risolveranno. Come ad esempio quello che ha scritto Lirio Abate sull’ultimo numero dell’Espresso. Dopo la strage di Capaci, l’uccisione dell’amico e collega del cuore Giovanni Falcone, della moglie e della scorta “Borsellino – scrive l’inviato del settimanale –spiega che ha molte cose da dire ai magistrati che stanno indagando sulla morte di Falcone, ai quei giudici di Caltanissetta manda messaggi attraverso i media per essere chiamato. Ma loro non lo sentiranno mai. In 57 giorni non troveranno mai il tempo per ascoltare l’amico di Falcone, l’uomo che avrebbe potuto aiutare nelle indagini. Ancora oggi si chiede cosa stessero aspettando a verbalizzarlo. Ma soprattutto cosa aveva da svelare”.

Oggi i figli di Paolo Borsellino non parteciperanno alle celebrazioni in onore del padre. Un modo per prendere le distanze.

Ma noi in questa ricorrenza non possiamo non trovare il senso della speranza, la voglia di pensare che come diceva Paolo Borsellino “la Sicilia un giorno sarà bellissima”.

C’è un’altra intervista che mi porto dentro. Quella fatta al giudice Antonino Caponnetto Capo del Pool Antimafia. Mi piacevano tantissimo i messaggi che era capace di lanciare ai giovani: “Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli”.

Una resistenza che anche Paolo Borsellino oggi vorrebbe gridare. Un protagonismo che vorrebbe rivendicare. Se quella paura che mi ha raccontato non fosse diventata certezza di una fine prematura per un Servo dello Stato.

Francesco Pira e il giudice Antonino Caponnetto intervista Videomusic 640x512

Francesco Pira intervista il Giudice Antonino Caponnetto

 

Strage Via DAmelio

Strage di via D’Amelio