L’insana vocazione della Sinistra allo Scissionismo

Coazione a ripetere, vizio talmente connaturato da doversi ritenere inscritto nel suo stesso codice genetico, la tendenza della sinistra – italiana ed europea – a far germinare dalla propria matrice originaria gruppi e gruppuscoli sempre più esigui in termini numerici e condannati all’irrilevanza politica, si riconferma oggidì più dirompente che mai, all’indomani della fuoriuscita volontaria da un Pd ormai a trazione renziana di un manipolo quanto mai variegato di esponenti della minoranza interna. Difficile raccapezzarsi nella frastagliata geografia del dissenso, che ha visto procedere in ordine sparso capicorrente spesso capaci di trascinare al proprio seguito soltanto una sparuta pattuglia di fedelissimi.

A seguito delle eclatanti giravolte di Michele Emiliano, che dopo amletiche e tormentate dubitazioni, ha abbandonato quello che sulla carta doveva costituire il triumvirato guida della scissione (lui stesso, Speranza e Rossi) e la struttura portante di un nuovo partito per lanciarsi in una sfida perdente contro il tuttora potentissimo ex-segretario, e la battaglia di retroguardia condotta da Gianni Cuperlo in nome di una mediazione ormai impossibile allo stato attuale dei fatti, il fronte dei fuoriusciti perde dei pezzi importanti e si presenta già sfarinato e poco credibile agli occhi dell’attonita opinione pubblica di sinistra – o, per meglio dire, di quello che ne è rimasto.

A rinsaldarne le fila non basteranno certo la ferrigna e intransigente opposizione di Bersani, che vanta almeno il pregio della coerenza. Ma l’uomo che voleva smacchiare i giaguari reca ancora sulle spalle il peso della clamorosa vittoria-sconfitta del 2013 che gli costò la segreteria, dopo un impossibile tentativo di alleanza con un M5S già galvanizzato da solitarie ambizioni governative. Né tanto meno l’indefesso tramare di D’Alema, che grazie ai suoi Comitati per il No ha pure contribuito a scaraventare Renzi fuori dal governo, gli ha certo consentito di egemonizzare la costituenda Cosa 2.0.

Divisi da antichi dissapori e troppo presi dal culto delle rispettive personalità per rivolgere al nuovo partito tutti i loro sforzi, Bersani e D’Alema incarnano nell’immaginario dei militanti il vecchio che indietreggia e arranca dietro a un dissenso che corre veloce sul web e nelle piazze, quanto mai riottoso a lasciarsi irreggimentare sotto vecchi slogan e programmi decotti.

In tutto questo Pisapia, forse tra i politici della sinistra-sinistra quello animato da propositi più lungimiranti, tenta la missione impossibile di mettere in campo un soggetto politico inclusivo e unitario tra l’ostilità e la diffidenza di mille capi e capetti che lo accusano di voler fare da stampella a Renzi.

Il punto è che, venuta meno la tradizione del centralismo democratico con la scomparsa dell’ultimo grande segretario del PCI, sembra ormai impossibile mantenere coesa una compagine politica che, in nome della libertà di dibattere su ogni questione, ha rinunciato ad esprimere un vero leader e si abbandona con autolesionistica voluttà a scontri e divisioni che apporteranno forse linfa vitale alla dialettica interna, ma lasciano avvinta la sinistra al suo eterno peccato originale. Che sia proprio forse questo il motivo per cui essa è costitutivamente incapace di vincere, e qualora vi riesca, sa solo dilapidare improvvidamente i frutti delle proprie vittorie?

Anche stavolta, ahinoi, la vediamo fornita di caporali tutti armati gli uni contro gli altri per perdere.