L’opinione / Una città alla deriva senza carico nella stiva

di Enzo Madonia*

“Lentamente qualsiasi barca prima o poi ritorna a riva. Ma mica sempre trasporta un carico con qualcosa nella stiva”. Questa frase, tratta da un testo di Francesco De Gregori, descrive esattamente la sensazione di tanti gelesi di fronte allo stato di assoluta precarietà politico amministrativa che sta vivendo la nostra città. Il rischio è di una città alla deriva che galleggia ma soprattutto senza “carico” e  senza una meta, senza un PROGETTO. Una situazione che è certamente preoccupante e che non va sottovalutata per la fase delicata che questa città sta vivendo. Una città alla deriva dunque ma il problema non è solo di Gela. Sono tre secondo secondo me gli aspetti “politici” che emergono da questa ‘crisi di valori’. Il primo in assoluto è quello della preparazione dei soggetti sociali e politici e del loro essere o meno all’altezza di questo compito. Vale per tutti, partiti e movimenti, di destra, sinistra e  anche per quelli nuovi.  Il movimento cinque stelle, tra quelli emergenti,  che di fatto aggrega spesso rabbia e disperazione, voglia di cambiamento e buoni propositi, come nel caso di Gela, è andato a sbattere con dinamiche sociali, istituzionali e perfino personali, profondamente immature. Dunque il nuovo non è garanzia di “migliore” tutt’altro, perlomeno in termini relazionali. Far passare come assioma il pensiero che tutti possono fare tutto si è rivelato profondamente fallimentare e continuare sulla strada degli amministratori improvvisati è da irresponsabili. I gruppi, i partiti, le comunità e le aggregazioni in genere sono stati in passato luoghi e occasioni per preparare uomini per esercitare il potere politico, democraticamente assunto, nella ricerca del bene comune. Questo non avviene più almeno da un decennio. Nel frattempo è stato dilapidato un patrimonio di risorse umane, disperso e consumato da una politica che si è concentrata sulla gestione e trasmissione del potere quando invece doveva distribuire potere garantendo a tutti diritti base di cittadinanza (lavoro, acqua, servizi sociali e sanitari adeguati…). La seconda questione è la partecipazione. Nella città così frammentata, dispersa,  sospesa, le reti esistenti diventano indispensabili per cogliere le risorse della persona; le reti, avvolgono, connettono e si moltiplicano soltanto se si è capaci di alimentarle. Differentemente si spezza il legame, cessa di funzionare la rete e quelle esistenti non dialogano tra di loro.  I cittadini sono parte  della realtà sociale nella quale sono immersi dunque partecipano se sono chiamati a partecipare oppure si allontanano se i processi decisionali diventano autoreferenziali, se cioè non prevedono la partecipazione.  La terza questione è la fiducia. Non c’è sviluppo sociale senza fiducia; vale nel suo duplice significato: nell’impegnarsi nel meritare fiducia e nel saper dare fiducia. Di fronte all’attuale clima di sfiducia è opportuno che persone ed istituzioni si interroghino se sono promotori di fiducia o di scoramento; è opportuno che i tradizionali luoghi di educazione sappiano meritare fiducia e mettere in atto idonee strategie che promuovano e rafforzino la fiducia in ogni persona.  Questo momento, spero transitorio,  fortemente conflittuale, privo di progettualità, può diventare l’occasione per capire cosa non fa bene alla democrazia. Dentro la complessità e la frammentazione di questo tempo è possibile certamente trovare nuovi e significativi itinerari d’incontro e di speranza per  questa città. La fiducia è stata tradita per l’ennesima volta. Il cambio di rotta di una comunità è però possibile se si è capaci d’imparare dai propri errori a trasformare le proprie fragilità in risorse.

* Presidente del MoVi e Founder della Casa del Volontariato

 

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