LA COMUNICAZIONE AMOROSA NELL’ETÀ DEL WEB: IL CORPO ASSENTE

Uno dei fenomeni più appariscenti dell’imporsi della comunicazione via web, scandita a ritmi rapidissimi da innovazioni condannate all’obsolescenza precoce, è la sua progressiva smaterializzazione e la perdita dei vincoli spaziotemporali che la ancorano al qui e ora occupato dal nostro corpo. I vecchi client di chat come C6, che tra metà anni ‘90 a inizio anni 2000 consentivano solo l’invio di messaggi scritti, sono stati soppiantati dalle piattaforme ben più sofisticate di Skype, Facebook e WhatsApp che consentono di scambiare ogni genere di contenuti multimediali – messaggi vocali, foto, video, articoli, musica e quant’altro ancora – imprimendo agli scambi comunicativi una varietà quasi illimitata di ritmi, toni e sfumature.

Quello spazio virtuale rarefatto, inizialmente definito solo da arabeschi di parole, capaci di insinuarsi grazie al loro potere evocativo nelle lande sconfinate dell’immaginario per crearvi superfetazioni di senso tutte da esplorare e inedite risonanze emotive, è ora affollato da una congerie di materiali informazionali che in una sorta di tutto-pieno sembrano forse più inibire per forza di sovraccarico la nostra fantasia anziché sollecitarla verso fughe creative.

Alla preistoria del web, l’immaginario era solo intessuto delle associazioni idiosincratiche di due soggetti vergini, privi di corpo e di volto, che portavano in dote solo la loro vis retorica, in una sorta di grado zero della comunicazione in cui ogni aspetto concomitante alla pura lettera è rimosso e ridotto a dato inessenziale. Esplodevano così intrecci di storie che concrescevano l’una sull’altra come la doppia elica del DNA, in un vorticare infinito di emozioni, ansie, spasimi, tensioni, speranze e aspettative che ogni sintagma veicolava verso il denudamento finale dell’incontro fisico, sempre rinviato a data da destinarsi, desiderato e temuto come una sorta di giudizio finale.

Giunto il momento topico, dopo innumerevoli patemi, pentimenti, e ripensamenti – specie da parte di lei –, si assisteva alla miracolosa opera di giunzione del fantasma lungamente elaborato nel corso di interminabili maratone notturne dinanzi a schermi lampeggianti con un corpo del tutto ignoto che emergeva dal nulla di un’alterità inassimilabile. Molti incontri sono naufragati proprio per l’effetto di estraneità e delusione generato dalla discrasia tra ciò che avevamo immaginato della nostra controparte e l’impatto che la realtà materica e opaca della sua carne viva esercitano sui nostri recettori sensoriali.

Prima ancora di stabilire se questa persona ci piaccia o meno, sia o no il nostro tipo fisico, ci solleciti positivamente o negativamente per le sue movenze, i suoi gesti e il suo modo di parlare, ci troviamo esposti a un’alterità che non avremmo mai potuto preventivare, per quanti sforzi potessimo fare. Accedere all’interiorità altrui attraverso gli spiriti aerei veicolati dalla pura parola non è quasi mai una buona idea. A catturarci di una persona sono prima di tutto le sue fattezze esteriori, in cui essa si manifesta per ciò che è davvero, a sua e a nostra insaputa – a dispetto di tutti i luoghi comuni che insistono sul divario tra apparenza e realtà. Il corpo, dice Sartre, è il solo oggetto psichico, è l’oggetto psichico per eccellenza. Non esiste un anima dematerializzata che all’occorrenza possa scorrazzare sul web in un delirio di autosufficienza.

Non a caso le nuove tecnologie interattive messe a disposizione dai social network investono sulla possibilità offerta agli utenti di trasfigurare narcisisticamente il proprio Sé mettendo loro a disposizione una bacheca virtualmente infinita come il nastro di Turing da popolare con selfie, foto accuratamente studiate nelle pose e ritoccate negli effetti, filmati in favore di telecamera e tutto quanto possa valere a esaltare l’ego e dilatarne i confini allo scopo di piacere, stupire, suscitare desideri, invidie, ammirazione e popolarità.

Nonostante il suo moltiplicarsi in una ridda di immagini complici e autocompiacenti, anche qui il corpo finisce per eclissarsi nella sua naturale spontaneità di carne viva e in movimento. A furia di esibirlo si finisce col nasconderlo, e spesso i dettagli che più ci informano riguardo alla nostra essenza autentica – e forse quelli che ci rendono più amabili agli occhi di chi ci ama davvero, come piccoli difetti, goffaggini nelle movenze, tic ed espressioni non sempre sotto controllo – sono quelli che con cura ossessiva e dedizione maniacale cerchiamo di camuffare o nascondere. Al nostro sguardo, prima che a quello altrui.

Articoli correlati