La privacy nell’era dei social network

E’ sempre più difficile definire il concetto di riservatezza al tempo della realtà virtuale.

L’ossimoro rischia di fotografare in maniera chiara il conflitto in cui viviamo oramai quotidianamente. Perché di conflitto si tratta. Come si fa infatti a definire un legame tra ciò che è reale e ciò che è virtuale? La questione non è di poco conto, se solo si pensa alle implicazioni che derivano dalla possibilità di compiere scelte, di manifestare le nostre opinioni e di realizzare azioni che produrranno il loro effetto nel “mondo digitale”. É una questione di libertà, vero. Tuttavia, possiamo misurare il grado di libertà di una società, avendo quale parametro il numero di “mi piace” che siamo in grado di esprimere in un ristretto arco di tempo?. Oppure, è veramente libero colui che esprime la propria opinione in un “post” omettendo ogni garanzia in ordine alla propria identità, questa volta “reale”?  Il fenomeno digitale ha fornito delle indicazioni per interpretare se stesso ed ha posto degli interrogativi. In primo luogo la questione dei big data e le problematiche connesse al loro utilizzo. Una delle principali caratteristiche dei social network è la capacità di gestire miliardi di informazioni e di elaborare le stesse in tempo reale per determinare correlazioni e fatti di interesse collettivo. Molto spesso vengono proposti contatti da aggiungere tra i nostri, semplicemente per via di comuni amicizie o di interessi condivisi. Tutto questo è possibile mediante tecniche avanzate di data mining e text mining che inferiscono regole e conoscenze in maniera del tutto automatica, senza che un utente, in modo consapevole, debba farne esplicita richiesta.

Nell’evoluzione dei sistemi di comunicazione, i canali telematici sono i preferiti, ed in particolar modo l’utilizzo dei social network. Tuttavia, la facilità e la rapidità nell’impiego di tali strumenti, in molti casi, non ha permesso di sviluppare le necessarie conoscenze al fine di regolare l’utilizzo dei contenuti che vengono fatti circolare. Solo per fare un esempio, le immagini e i contenuti che vengono pubblicati tramite social network, in tempo reale, vengono propagati (broadcast) a tutti i rispettivi contatti secondo dei criteri stabiliti tramite la pagina di impostazione personale della privacy. Ciò pone non pochi problemi. Infatti, ciascun contatto, una volta visualizzata l’informazione pubblicata, potrebbe decidere a sua volta di condividerla con i propri contatti secondo le regole di privacy da lui impostate, che potrebbero non avere corrispondenza con quelle del mittente originario. La conseguenza è che quando si decide di pubblicare un’immagine o un contenuto multimediale tramite il proprio profilo, a causa della condivisione tra i propri contatti, la stessa informazione potrebbe veicolare attraverso contatti non diretti, rendendo molto difficile capire l’effettivo numero di utenti che visualizzeranno l’informazione pubblicata. 

I social network, consentono scambi di opinioni il più delle volte rispettose e costituiscono vivai di nuove sinergie e collaborazioni professionali  ma rappresentano anche “piazze virtuali” dove è facile cadere in una spirale espressiva negativa e dove la maschera dello schermo funge da alibi. Questo favorisce alcune volte  lo scatenarsi di impulsi critici verbalmente inadeguati, spesso irrazionali, che  trasformano lo scambio di opinioni, in attacco personale. Ciò denota la più assoluta incertezza riguardo ai confini del “mondo digitale”.

Capita che espressioni cariche di parole colorite sui social, ad esempio, non urtino la sensibilità di un potenziale danneggiato, pur essendo tirato in causa in modo volgare, in quanto egli ritiene che il social sia un luogo di chiacchiere senza alcun valore e che nessuno possa prendere in seria considerazione quel che eventualmente si dovesse leggere.  Altri, invece, risulteranno, per un episodio identico, fortemente condizionati a tal punto da modificare le proprie abitudini di vita quotidiana (ad es. per la paura del giudizio dei propri concittadini) e le relazioni sociali. 

Occorre quindi interrogarsi sulla reale consapevolezza degli utenti, anche e soprattutto più giovani, i cosiddetti nativi digitali, circa gli strumenti di controllo offerti dalle nuove tecnologie; in secondo luogo e in senso più propriamente giuridico occorrerà verificare l’adeguatezza informativa dei Termini di Servizio e delle Privacy Policy.

Il primo problema richiama l’esigenza di alfabetizzazione informatica dei cittadini: mai come in questa fase storica, l’importanza delle conoscenze multidisciplinari è fondamentale, posto il legame forte tra l’attrattività e la pericolosità dell’ITC.

Il secondo problema richiama il diritto degli utenti: In che misura liquidare un danno da lesione della privacy, se il danneggiato palesa una percezione della stessa diversa da ciò cui siamo stati abituati finora? La legge dovrebbe prendere in considerazione l’accettazione del rischio di iscriversi a un sito di condivisione di informazioni come  parametro di valutazione della lesività dell’azione e della risarcibilità della lesione di un diritto?

In questo scenario, non è più trascurabile la questione della “identità digitale”.

 

I fatti di questi giorni ce lo confermano. Furti di identità, utilizzo improprio ed a volte inconsapevole dei dati personali.

A meno che non vogliano applicarsi al “mondo digitale” categorie e strumenti anch’essi innovativi, a dispetto di ogni altra considerazione, in mancanza di una identità digitale non potrà mai instaurarsi un legame tra il fatto naturale e il fatto giuridico. In altre parole, se si intende regolare le relazioni immateriali, in mancanza di una “identità digitale” l’obiettivo non potrà essere raggiunto. A ben vedere la soluzione è a portata di mano. Lo strumento informatico ci permette già, anche se con molti limiti, di autenticare il nostro essere digitale e consente anche di ricondurre ad esso azioni e opinioni. Basti pensare alle applicazioni di questi strumenti al digital market o a quanto avviene in tempi più recenti nell’amministrazione della Giustizia. Ciò che manca è la diffusione di massa. Il salto culturale. La consapevolezza. Fin quando non saremo consapevoli che anche nel mondo digitale ad ogni azione corrisponde una reazione, non sentiremo mai il bisogno di identificarci. E’ necessario acquisire la consapevolezza che il Diritto non ha fatto un passo indietro rispetto alle tecnologie e che, anzi, nell’era della realtà virtuale costituisce lo strumento più innovativo per la tutela delle nostre libertà.