La settimana Santa a Gela Tradizioni e riti antichi

Pasqua è la principale solennità cristiana, emblema della fede, annuncia il destino dell’uomo:
la resurrezione, nell’ultimo giorno ma anche, in senso figurato, il “risveglio” alla vera vita.
La potenza e la forza dei rituali della Settimana Santa, che si collegano a quelli spagnoli di Siviglia,sono un addensato di tradizione e devozione.
Le usanze che accompagnano la Pasqua andrebbero considerate patrimonio dell’umanità per l’unicità e la profondità delle loro radici. A Gela, in particolare, sono molto sentite e vengono tramandate e ripercorse da generazioni, detenendo un ruolo centrale nelle celebrazioni religiose della comunità.
La settimana Santa inizia con la domenica delle palme, durante la quale i fedeli, radunati insieme al celebrante in Chiesa Madre, osannano dopo la celebrazione eucaristica con i tradizionali rami di ulivo e palme intrecciate benedetti durante la messa. In quasi tutte le chiese della città, prima della messa principale della giornata, si svolge una piccola processione per ricordare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.
Il Mercoledì Santo è dedicato a ripercorrere con la memoria e con i rituali il processo di condanna a morte di Gesù: i simulacri vengono portati nella Chiesa del Rosario dove i cittadini si recano, come tradizione prevede, a rendere omaggio con il rito del “Bacio dei piedi” del Cristo e dell’Addolorata fino alla sera. La processione è accompagnata dalle litanie struggenti delle “Lamentazioni”, cori bassi, canti antichi i cui significati si sono fatti echi sempre più flebili di generazione in generazione.
Il Giovedì Santo è dedicata al rito della “Lavanda dei piedi”, le immagini sacre vengono portate in processione -il simulacro del Cristo davanti e l’effige dell’Addolorata al seguito- per le vie del centro storico Federiciano, senza uscire dal perimetro circoscritto dalle mura (come invece si farà durante la processione del venerdì) fino in Chiesa madre, dove vengono infine deposte.
Le chiese della città rimangono aperte fino a notte tarda, per consentire ai fedeli un momento di raccoglimento e preghiera nei cosiddetti “Sepolcri”. Ogni chiesa prepara il sepolcro nei modi più svariati: tradizionalmente si soleva deporre, il giorno del mercoledì delle ceneri (o almeno 20 giorni prima della domenica di Pasqua) del grano su uno strato di bambagia su cui veniva lasciato a germogliare, al buio e al caldo, solitamente sotto i letti con la bambagia costantemente umida.
Una volta pronto e legato con dei nastri rossi, veniva quindi posizionato sugli altari per simboleggiare l’uscita alla luce del Cristo. Questo antico culto, di origine Semitica, è legato al dio Adone, simbolo Greco della fecondazione della terra.
Il sepolcro più caratteristico e conosciuto attualmente è quello della chiesa di S. Agostino dove Padre Ribaldone, dopo essere stato per lunghi periodi a Gerusalemme, allestisce il sepolcro coniugando le tradizioni della Pasqua Ebraica a quelle della Pasqua Cristiana.
Tradizionalmente nel  Giovedì Santo, dopo l’ultima celebrazione, vengono spogliati gli altari.
Anticamente anche le campane delle chiese venivano legate per sottolineare che non avrebbero più suonato fino alla mezzanotte del sabato santo. Vengono spente tutte le luci nelle chiese ad eccezione di quella del sepolcro. 
Il Venerdì Santo è il vero e proprio fulcro della tradizione popolare e si celebra “l’Ufficio delle
Tenebre”. Durante la mattina il Cristo, opera del 1700 in cuoio e cartapesta, viene portato,
ripercorrendo nella memoria le stazioni della Via Crucis fino alla Piazza del Calvario, dove ne viene mimata la crocifissione alle 12:00.
Alle 15:00 si svolge la Via crucis cittadina ai piedi del calvario, tradizionalmente preparata dai giovani delle parrocchie cittadine.
Al crepuscolo del venerdì si assiste alla “deposizione della croce”: il simulacro viene schiodato per essere consegnato al sacerdote prima e ai marinai poi che, secondo l’usanza gelese, lo trasporteranno in processione in spalla fino in Chiesa Madre senza mai poggiarlo a terra dopo averlo deposto nell’urna.
Il SS. Crocifisso infatti è il co-patrono della città, la devozione dei marinai richiama sia al mestiere della maggior parte degli apostoli che al ruolo di Gela nell’antichità quale città non solo di agricoltura ma anche di mare.
Al termine della giornata il sacerdote toglie le ostie consacrate dal sepolcro che verrà lasciato aperto e vacante per ricordare quando, durante la notte del passaggio dell’Angelo della Morte, i Giudei si attivarono affinché nemmeno una briciola di lievito si trovasse nelle loro case. Le ricorrenze andavano celebrate, infatti, senza il lievito della malizia e nella sincerità, senza il lievito dell’ipocrisia. Le ostie vengono consacrate nuovamente soltanto la notte di Pasqua.
Le celebrazioni del sabato Santo iniziano alle prime ore del mattino, i fedeli si recano in Chiesa Madre per commemorare i riti dell’ufficiatura, comunemente detti “funerale do Signuri” e la sepoltura di Cristo con la lettura delle lodi funebri.
Intorno alle 11:00 il simulacro viene estratto dall’urna per essere consegnato ai sacerdoti; questi procedono quindi a depositarlo nel loculo posto sotto l’altare della Cappella della Passione dove verrà coperto. Successivamente i giovani trasporteranno e deporranno l’effigie dell’Addolorata sopra lo stesso altare. Nelle chiese cittadine si celebra la veglia pasquale, di preludio alla domenica.
Il terzo giorno dopo la passione, la domenica di Pasqua, è il culmine dei festeggiamenti:
tradizionalmente Gela non vede alcuna manifestazione cittadina di spicco durante la giornata in cui si celebra la resurrezione di Cristo e che conclude così l’intero periodo di questa festività religiosa, folkloristica, o quel qualcosa che, a seconda della fede di ognuno, è più l’una o più l’altra ma, che lega la popolazione indissolubilmente a una tradizione che è importante preservare non conservandone le ceneri ma mantenendone viva la fiamma. 

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