La videosorveglianza a Gela. Deterrente di reati e strumento di violazione della privacy.

Chiede e ottiene l’attenzione del Prefetto sul caso “videosorveglianza” della città di Gela, il sindaco Messinese che lamenta rallentamenti burocratici e ostacoli vari frapposti dai dirigenti competenti.

Con il d.l n. 11/2009 convertito nella legge 38/2009 in materia di misure urgenti per il contrasto alla violenza e allo stalking, vengono introdotte competenze specifiche in capo ai Comuni sul fronte sicurezza pubblica. Peccato che i Comuni manchino di risorse sufficienti ad affrontare sinanche i servizi essenziali per la cittadinanza. Per Messinese, però, i soldi ci sarebbero: mancherebbe solo la buona volontà.

Se da una parte è indubbio che il progetto che prevede una sorveglianza capillare della città risponda ad un’esigenza di garantire maggiore sicurezza per i cittadini sempre più esposti ad atti di microcriminalità notturna, come danneggiamenti e incendi alle proprie autovetture, dall’altra esso si scontra col principio supremo della riservatezza dei dati personali e sensibili che attiene al più generale ambito delle libertà individuali.

Nel bilanciamento tra opposti interessi prevale quello pubblico alla sicurezza, sebbene contemperato da limiti stringenti. A sancirne la liceità interviene il combinato disposto dell’art. 10 c.c. che tutela il diritto d’immagine e gli art. 96 e 97 della legge n. 633/1941 sulla protezione del diritto d’autore, da dove si deduce che la riproduzione e l’uso delle immagini altrui è legittima se vi è consenso, anche implicito, della persona ritratta o se acquisite in luogo pubblico o aperto al pubblico.

Con legge del 1996 è stata introdotta in Italia, a seguito di direttiva comunitaria, l’autorità indipendente, ossia il Garante dei dati sensibili, al fine di adattare la legislazione al mutamento dei fenomeni sociali – in primis l’uso incontrollato della tecnologia – che espongono i cittadini comuni a nuovi rischi e invasioni nel privato. Nel 2003 il Codice in materia di acquisizione, trattamento e protezione dei dati sensibili introduce rimedi di carattere amministrativo, civile e penale, come scudo a simili invadenze.

Proprio il Garante, in tema di videosorveglianza, ha dettato i limiti entro i quali tale pratica può considerarsi tollerabile. Essa dovrà sempre rispondere ai principi di liceità, necessità, proporzionalità e finalità. In sintesi: dovrà rispettare le normative che limitano le riprese (ad esempio, lo Statuto dei lavoratori impedisce il controllo a distanza dei lavoratori); il responsabile dell’acquisizione non dovrà tenerle immagazzinate oltre il tempo previsto per lo scopo; sarà sempre necessario rispettare l’obbligo di darne comunicazione agli utenti, che non sarà possibile videoriprendere a loro insaputa. Deve poi sempre essere chiara ed esplicitata la finalità per cui vengono installate le telecamere a circuito chiuso ed attenersi al trattamento dei dati utili unicamente a quello scopo. Così, se verranno installate telecamere solo per controllare il traffico nelle zone a traffico limitato, le immagini dovranno essere zoomate sulla targa, risultando illegittime quelle che ritraggono i soggetti dentro le autovetture.

Certo le cose cambiano nel caso di intercettazioni autorizzate dall’autorità giudiziaria al fine di reprimere gravi delitti che basano proprio sull’evento sorpresa l’efficacia della loro azione. In questo caso sarà possibile acquisire anche immagini riprese all’interno di abitazioni altrui o in altri luoghi di privata dimora, acquisizione che altrimenti sarebbe illecita.

La popolazione mondiale, sempre più esposta alla minaccia terroristica, e i singoli, sempre più ossessionati dal terrore di perdere il proprio piccolo orticello conquistato a fatica, portano alle stelle il fatturato di aziende che proliferano nel settore della videosorveglianza, dai piccoli installatori a imprese produttrici.

Come si conviene ad un settore così intimamente legato al progresso tecnologico, le evoluzioni nell’innovazione vanno a velocità record. Il futuro è la visione artificiale, che permette un’analisi comportamentale sui soggetti osservati da parte del sistema, e quindi di elaborare e prevedere azioni sospette che saranno a loro volta preventivamente introiettate dagli umani nei macchinari. Ciò promette di risolvere il vulnus alla base delle delusioni lamentate da più parti sull’efficacia dei sistemi di videosorveglianza per la gestione della microcriminalità in tempo reale.

Forse sarebbe il caso che i nostri politicanti, parafrasando un famoso sociologo David Lyon, si preoccupassero di intensificare il welfare piuttosto che il warfare.

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