Le inquietudini del sesso virtuale

Inizialmente il web e le tecnologie a esso connesse avevano decretato l’emancipazione dell’immaginario dai vincoli abituali dello spazio-tempo e dal radicamento nel qui e ora garantito dal nostro corpo. Canali pornografici, siti di dating, community virtuali, servizi di chat e messaggeria, e da ultimo i social network avevano consentito – e continuano a farlo tuttora – a miriadi di utenti un’evasione a buon mercato da una quotidianità dalle maglie troppo serrate e dai ritmi ripetitivi, spesso vissuta come mortificante.

E soprattutto da relazioni di coppia ormai sclerotizzate in rituali comunicativi stantii e privi di autentico slancio. Perché la convivenza richiede anche una buona dose di disciplina e impegno: equa ripartizione delle incombenze che la vita pratica impone, rispetto reciproco, condivisione di spazi e tempi abitati da quell’annesso a volte ingombrante che è il proprio corpo.

Non sempre tanto smagliante e glamour, come in certi risvegli mattutini, da porsi all’altezza di sogni e aspettative tenute artificiosamente elevate dall’imperativo dell’attrattività a ogni costo diffuso su tutti i media. Un corpo che spesso reca i segni della fatica o dell’invecchiamento, oltre all’usura dovuta a una prolungata consuetudine che lo rende ormai un dato scontato, come fosse parte dell’arredamento domestico.

E allora gli spazi rarefatti del web, abitati da puri spiriti disincarnati e fatti solo di parole disposte a bell’arte, che come un farmaco inebriante si insinuano in quegli interstizi della mente non ancora occlusi dai compromessi con la realtà e abitati da un desiderio tanto anarchico quanto indeterminato, divengono la landa sconfinata in cui questo può compiere le sue scorribande per trasformare noi stessi e l’invisibile altro con cui comunichiamo in identità plurime e nomadi.

Dietro l’anonimato dello schermo possiamo rifigurare il nostro Sé e quello altrui secondo fantasie e suggestioni dettate dall’estro del momento e dalla struttura profonda del nostro inconscio. E alla parvenza evanescente dell’altro possiamo chiedere di saturare desideri inconfessabili e di dare la stura a perversioni a cui non ci sogneremmo neanche di alludere col nostro partner nella vita reale.

Proprio in quanto ridotto a nostra proiezione, l’altro finisce puntualmente col deluderci nel momento in cui si passa all’incontro reale. Perché la carne esperita in presa diretta ha un gradiente di realtà sufficiente a mandare in frantumi le fantasticherie costruite sulla base di audacie verbali, romantiche o piccanti che siano, o anche di immagini e di video. E molti di noi preferiscono confinare l’intrattenimento virtuale in una zona franca immune da irruzioni del reale per preservare intatta la consistenza dei propri sogni.

Il passaggio dalla virtual reality all’augmented reality sancito dalla diffusione di tecnologie come i visori a 360° (Google Glass o Oculus Rift), gadget e sex toys collegati a sensori tattili, ologrammi che riproducono corpo femminili o perfino sofisticatissimi androidi che combinano fattezze fisiche realistiche a prestazioni cognitive tali da simulare l’intelligenza umana, rappresenta rispetto a tutto quello che abbiamo conosciuto sinora un salto qualitativo senza precedenti. A essere chiamato in causa adesso è proprio il corpo, quel residuo restio a lasciarsi contaminare dalla dimensione dell’immaginario, che ora può ibridarsi con quella del reale per dar vita a scenari imprevedibili.

Sorgono al riguardo una serie di interrogativi inquietanti. Il desiderio egotico, già amplificato a dismisura dalla sovrastruttura dei social network, può adesso rimaterializzarsi in un corpo artificiale fatto a sua immagine e somiglianza. Nel momento in cui diventa problematico affrontare una relazione con un essere umano finito, con tutte le imperfezioni e idiosincrasie che pure lo rendono unico, imprevedibile e non assimilabile alla massa degli altri fungibili che il desiderio lasciato a se stesso può prelevare e scartare con disinvoltura, si affaccia la tentazione di rifugiarsi nella rassicurante proiezione del proprio Sé in un dispositivo docile e obbediente che non crea problemi, non inalbera resistenze, non giudica e non si arrabbia.

E allora del rapporto di coppia viene privilegiata soltanto la spinta alla reificazione – al far dell’altro e di sé una cosa – che è sempre in agguato, data l’incoercibile tendenza latente in ognuno di noi a fare delle relazioni umane il luogo in cui dispiegare dinamiche di potere. Se questa deriva è contenuta entro margini ragionevolmente accettabili grazie alla reciprocità del rapporto duale io-tu, dove ognuno dei partner deve fare i conti con i limiti che l’ego altrui impone al proprio, di fronte a un non-soggetto o un quasi-soggetto come un androide, mi sentirò del tutto padrone di me stesso e saldamente installato nel mio Io. Ma al prezzo di una condanna a una solitudine senza rimedio.

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