Le paure delle mamme a Gela: “Megghiu chiangire a mancanza de figghi e no i figghi!”

“Essere mamma oggi è uno dei mestieri più difficili, ma esserlo a Gela lo è ancora di più”. A parlarmi in una sala d’attesa è Anna, nome inventato per mascherare lo sfogo di un genitore che si racconta. Nel suo sguardo i pensieri e le preoccupazioni si affollano, scorrono come titoli di coda che è impossibile fermare e leggere uno ad uno.

Anna ha cinquantadue anni, due figli, maschi entrambi, uno fuori per lavoro e l’altro all’ultimo anno di un istituto superiore della città. Suo marito è un operaio, ma non lavora da un paio di mesi, è a casa nella speranza di essere chiamato per una “fermata”, così gli hanno garantito.

La nostra chiacchierata inizia per caso, così come cominciano sempre quando due persone che non si conoscono si incontrano e devono condividere uno stesso spazio per qualche minuto o per qualche ora. Si cerca di ammazzare il silenzio parlando del più e del meno. Anna non parla della crisi lavorativa che attanaglia la città, non parla neanche della raffineria né dell’incuria. Lei parla della cosa più cara: l’essere madre dei suoi due figli.

“Essere una mamma a Gela sta diventando impossibile”, questa frase apre il suo sfogo, un po’ come il prologo di un libro che inizi a leggere senza sapere dove ti condurrà, in quale storia ti permetterà di vivere e identificarti. “Ogni volta che tuo figlio esce, il tuo cuore diventa na scagghia. Lo vedi andar via e preghi Dio che torni, anche se farà tardi, pazienza, non lo rimprovero neanche più”. Anna ha paura di tutto, ma non lo dà a vedere a casa.

Teme per le amicizie del figlio più piccolo. “I ragazzi di oggi non sono più quelli di una volta. Fumano, bevono, non hanno responsabilità, corrono con il motorino,  con le macchine e poi si fanno trovare in ospedale con qualcosa di rotto, quando gli va bene”. Annuisco alle sue frasi, ma le ricordo comunque di non cadere nell’errore comune di fare di tutta un’erba un fascio e lei mi dà ragione. “Vero è, però quante se ne sentono?”. “Se ne sentono troppe, cara Anna”, ma questo non glielo dico.

“Per fortuna, mio figlio con me parla e me lo dice sempre quello che succede fuori casa, a scuola o quando esce la sera. Di sciarre finora ne ha viste tre, le bottiglie sono volate una volta e un’altra in gruppo hanno scassato uno fino a fargli perdere i sensi. E gli altri? Gli altri scappano o guardano. Io glielo dico sempre a mio figlio: A mamma, stacci luntanu e tornatinni a casa quannu è accussì. Sono pensieri per un genitore”. E sono pensieri sì. Quando senti le sirene oltre le finestre, ti precipiti subito verso il telefonino per chiamare e assicurarti che vada tutto bene. “Io glielo dico a mio figlio: non uscire stasera, ‘mmoviti a casa, ma ha diciotto anni, che fa il sabato sera? Quello si annoia. Così va in pizzeria con i compagni, quando posso dargli i dieci euro, perché mica è sempre possibile!”.

Anna non parla della crisi, ma la crisi si appropria prepotentemente dei suoi racconti, lei che ha una borsa nera un po’ datata e se la tiene stretta perché gliel’ha regalata suo figlio, il grande. “Quest’anno finisce la scuola e poi, gliel’ho detto, se ne va da suo fratello, qua non ci resta. Lui, cose giuste, vuole studiare, vuole continuare con l’università. E io mica gli dico di no, fa bene u figghiu mio, così si crea un avvenire che qui, cciu dicu iu, nenti c’è. Megghiu chiangire a mancanza d’on figghiu, che chiangire ppi iddu”. L’attesa per lei finisce, è il suo turno.

Mi saluta e mi augura buona fortuna. Mi sento quasi in colpa per aver preso appunti dentro di me, in fondo era solo una chiacchierata per ammazzare il tempo e il silenzio, ma io ho un brutto vizio: faccio mie tutte le cose, anche le vite degli altri e ciò che è mio diventa vostro, anzi nostro e Anna è una mamma come tante, una mamma come tutte.

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